venerdì 30 dicembre 2011

Due canzoni per girare una Provincia: ecco l'Oriente

Cuba Provincia de Oriente

L'anno moriva assai dolcemente... non l'ho scritta io ma uno che ne sapeva a kili più di me in quanto a scrittura. Esatto, l'anno 2011 sta per tramontare ed intanto davanti a me c'è il bellissimo tramonto del 30 Dicembre.
Sarà il freddo, il ghiaccio trovato in giro oppure il massiccio giro all'Ikea fatto stamattina ma, nel mio dolce riposare pomeridiano, ho pensato un po' ai viaggi... o meglio al mio viaggiare.
Strano, no? Non lo faccio mai.
E' bastato un minimo accordo, una piccola nota tipo come nel giochino di Sarabanda che ti fanno sentire una nota e tu devi indovinare la canzone.
Io non ho dovuto indovinare la canzone, la conosco benissimo ... ho dovuto semplicemente aprire il file dei miei ricordi ed eccomi qui con un post che preme sulle mie dita per uscire.
Ed il post inizia con una strofa di una canzone ... che per tutti è semplicemente una bellissima canzone cubana ma che per me è stata una linea da tracciare sulla carta stradale della Isla Grande. E' stata una bella emozione da vivere.
Tradurre in azioni concrete qualcosa di letto in un libro o ascoltato in una canzone è per me un gioco delizioso.
E fu così che quel caldissimo accordo iniziale e quel "de alto Cedro voy para Macané, luego a Cuego y voy para Mayarì" mi ha fatto pensare alla magia di un luogo cubano poco considerato da chi sceglie un viaggio (e badate bene... non ho scritto soggiorno) a Cuba.
Questo luogo si chiama essenzialmente Provicia d'Oriente non è determinato sulla cartina geografica perché ora questa provincia non esiste più dal punto di vista politico e amministrativo.
Essa comprende le attuali province di Santiago, Holguin, Guantanamo, Las Tunas e Granma ... in poche parole è il Sud dell'Isola.
Allora perché si chiama Oriente? Semplicemente perché è quella parte di Cuba ad essere maggiormente rivolta verso l'oceano Atlantico e quindi l'Est.
Malgrado non sia un vero e proprio luogo amministrativo compatto, essa è compatta nella storia di Cuba ed è compatta nel cuore della gente che la abita.
Qui ha attraccato Colombo, qui è partita la Guerra di Indipendenza dalla Spagna, qui è nato José Martì, qui è partita la Rivoluzione.
Parlando in termini più terra terra ... qui è più caldo, qui è più umido, qui è tutto verdissimo, forte, folto, rigoglioso, qui il mare è impetuoso e potente, qui la gente parla con un accento strano, qui la componente africana è più marcata, qui è tutto sierra, qui la terra è rossa ed è corposa.
In una sola parola: Oriente.
Girare questo luogo può non essere facilissimo: occorrerà avere una buona macchina a noleggio ed occorrerà avere una cartina stradale.
Se c'è una cosa che ho capito in pieno durante i miei viaggi a Cuba è che i cartelli stradali sono pochissimi e quei pochi li ho fotografati. Occorrerà che abbiate bene in mente i punti cardinali e che sappiate applicarli al territorio dove state viaggiando.
Occorrerà che vi fidiate della gente che incontrate per strada.

Stavo cercando di andare da Santiago a Holguin e volevo seguire le indicazioni stradali che Compay Segungo mi diede con la canzone (Chan Chan) citata all'inizio del post.
L'idea era quella di passare sulla Sierra Maestra di prima mattina per poter andare a vedere uno dei posti usati dai rivoluzionari durante i primi giorni della Revolucion.
Trovammo la Sierra Maestra... è grande... si trova una catena montuosa e per farlo viaggiammo su di una strada costiera incredibile che non so nemmeno dirvi come l'ho trovata.
Una volta saliti sui monti mi si aprì un mondo: era una Cuba che non conoscevo, ben lungi da quell'isola festaiola e tropicalmente ballerina che tutti pensiamo.
Era fatta di gente semplicissima, di fattorie affollate e di gente che passa le proprie giornate con la schiena piegata e le mani sporche di quella terra rossa che tanto m'è rimasta impressa.
Quella terra fu lo scenario di un momento a dir poco ilare ma alquanto terribile: la macchina finì in un piccolo buco formatosi nel terreno e subito 20 persone almeno si avvicinarono per darci una mano.
In men che non si dica la macchina fu fuori dal buco con nessun danno riportato.
Per festeggiare, uno dei nostri aiutanti ci portò del rum e giù tutti a brindare.
Fu un momento, un piccolo minuscolo istante se paragonato a tutto quel viaggiare ma restò dentro al mio cuore.
Nel continuare la nostra strada seguendo sempre le indicazioni del buon Compay pensavo alla genuinità di quelle persone, al loro aiutarci senza la minima remora.
Pensai al loro poco, ma probabilmente sufficiente, e al nostro strabordare.
Pensai ai loro occhi e alla tranquillità che esprimevano. E a me veniva mal di pancia solo al pensiero di dover rientrare al lavoro dopo quel viaggio.
E tutti questi pensieri erano cullati da un verde speciale che io, dentro me, chiamai Verde Tropico... che è diverso dal Verde Irlanda o dal Verde Appennino e sicuramente dal Verde Galles.
Ma quel Verde Tropico fatto di piante di cacao, banani e chissà quante altre cose che io non conosco seppe stregarmi a modo suo e legarsi indissolubilmente a quei sorrisi sinceri.
In quei momenti capii davvero il significato di un'altra canzone che tutti conoscono ma che, cantanto e ballando, nessuno o pochi cercano di capirne il significato.
Questa canzone si chiama Guantanamera e dice Yo soy un hombre sincero de donde crece la palma.
Le parole sono del grande José Martì (anche se molti dicono che l'autore è anonimo), che è padre della patria al pari dei nostri Mazzini o Cavour. Con la differenza che a Cuba dire Martì è come cantare l'inno nazionale.
La canzone finisce con alcune parole che non sono contenute direttamente nella poesia che l'ha ispirata.
Quelle parole fanno parte di una delle miliardi di lettere di Martì.
Con los pobres de la tierra quiero mi suerte echar, El arroyo de la sierra me complace mas que el mar.
Esso dice che il ruscello di montagna mi piace più che il mare.
E proprio in questo ultimo verso sta il segreto di una Cuba che pochi conoscono, di quella provincia-non-provincia chiamata semplicemente Oriente.
Il suo colore, la sua personale attitudine, la sua volontà di esistere e il suo pestare potentemente i piedi su questo suolo raccontano una storia che è distante miglia e miglia dal mare tropicale e dal tirar tardi cittadino. Racconta un'esistenza fatta di campi e semplicità, fatta di dignità e consapevolezza di essere quell'hombre sincero tanto caro al cuore di Martì.

Ripeto e mi ripeto più volte che per Cuba non esistono vie di mezzo. O la ami o la odi.
Un viaggio nella provincia d'Oriente potrebbe essere una buona occasione per permettersi di amarla pazzamente così com'è.


PS: ringrazio il programma Atlantide su La7 per aver aiutato la mia ispirazione.

giovedì 29 dicembre 2011

Travel inside: Ho un baule di ricordi...

Viaggiare Giovy Malfiori
(Foto © 2011 Giovy)

Eccoli lì ... uno sopra l'altro ... tutti messi per bene (davvero??) dentro ad un baule che mi accompagna da quando avevo 10 anni.
Comprai quel baule con i miei per metterci dentro i vestiti del cambio di stagione.
Quella fu la sua funzione fino a ieri... esattamente fino a ieri mattina.
Svuotato ... fatto cernita di quei maglioni che non mettevo da almeno cinque anni... dato i maglioni in beneficenza e pulito tutto il baule.
Preso gli scatoloni che ancora troneggiavano in quella stanzetta, la più piccola della casa, che ancora non ha una destinazione d'uso, e li ho svuotati mettendo tutto in ordine sul pavimento della mia stanza.
E lì ho cominciato il mio personale viaggio, I travelled inside.
Ho trovato tutti i miei diari di viaggio, quelli che ho sempre scritto andando in giro per il mondo perchè mica era così semplice ricordarsi tutto in tempi in cui internet non era proprio diffusissimo ed io non pensavo minimamente ad avere un blog.
Il primo diario, Giovy I, è iniziato nel 1996. Poi ci sono stati Giovy II, Giovy III, Giovy IV e Giovy V... e non ho ancora finito di scrivere.
Sfogliandoli mi sono resa conto di come la mia scrittura sia cambiata nel corso degli anni. Rileggendoli un pochino mi sono resa conto di come sia cambiata io.
E sono stata felice. Guardando le foto di anni passati, mi vedo sempre uguale.
Gian mi dice che faccio impressione per questo perché davvero sembra che io abbia fermato il tempo (niente di meglio per una giovane donna che ha passato da poco i 30 anni!!).
Poi leggo quella che ho raccontato. Leggo quello che ho voluto imprimere sulle pagine e lì riesco a vedere la strada che ho fatto, in viaggio o casa, fuori o dentro di me.
Dentro quel baule ci sono le foto ... tantissime foto fatte quando ancora la digitale era un sogno.
Le ho sfogliate e ho riso riguardando certe scene o rivedendo semplicemente un paesaggio.
Ho rifatto mentalmente tutti i miei viaggia, posto dopo posto, kilometro dopo kilometro.
E dopo tutto questo vagabondare per il mare dei ricordi... ho riposto tutto con un ordine che ieri mi andava bene ma che oggi mi verrebbe già di stravolgere.
E allora lì dentro ci sono:

  • Tutti i miei diari di viaggio
  • Tutte le mie foto dei viaggi dal 1996 circa al 2007
  • Tutto il materiale della mia tesi, appunti e correzioni comprese
  • Ci sono cartoline, lettere, biglietti ricevuti in tanti anni
  • C'è un peluche di un alce preso in Finlandia
  • C'è un piccolo foulard con la bandiera del Senegal
  • Ripiegata per bene c'è una bandiera del movimento 26 Julio, presa nel centro storico di Santiago de Cuba, a casa di una signora che me l'ha venduta
  • Ci sono le foto che ho incorniciato per ricordarmi alcuni viaggi, quelli con i miei Hermanos, e c'è la foto di me e il mio amico Topen.
Infondo lì dentro ci sono tutta io. E, come ho pensato più volte ieri, ora posso dire davvero di avere un baule pieno di ricordi.

Prima di riporre tutte le foto ne ho scelte alcune (moltissime direi!) e le ho tenute fuori per digitalizzarle. 
La domanda è ... ce la farò?

(Foto © 2011 Giovy)


martedì 27 dicembre 2011

Un viaggio dentro me


Ci sono certi momenti in cui i viaggi si fanno più interiori e personali.
Sono quei viaggi in cui non ti serve partire e fare lo zaino.
Lo zaino ce l'hai dentro e dentro di te c'è tutto quello che ti serve.
Sono quei piccoli viaggi che fai quando improvvisamente ti ritrovi in vacanza e capisci che puoi fare tanto di quello che hai spesso trascurato o che non hai mai avuto tempo di fare.
Allora ti alzi, porti la macchina dal meccanico per la revisione ... caspita... per fortuna che ti sei ricordata della revisione.
Poi metti a posto, fai il bucato, pensi a cosa cucinare per pranzo.
E poi guardi fuori dalla finestra e cogli il freddo nelle cose che circondano la tua casa: un tetto ghiacciato, la strada sbiancata dalla brina, gli alberi che sembrano chiedere una coperta ad ogni istante.
Prendi un libro, leggi un po' di post... la lavatrice ha finito e vai a stendere.
E tutto questo è un viaggio, come lo sarà il fatto di mettere a posto gli ultimi scatoloni rimasti interi dentro questa casa. E' passato un anno dal trasloco ma le cose non sembrano mai a posto.
Dentro quegli scatoloni libri, cd, e foto in quantità industriale.
Le foto vanno digitalizzate così potrai postarle.
Ed è un bel viaggio ritrovarsi seduta per terra nel pavimento della tua camera a svuotare un baule con dentro maglioni che non metti dalle medie.
In tv c'è il Doctor Who che ti tiene compagnia mentre scrivi e mentre la casalinga che è in te urla vendetta.


Già, questi giorni saranno un viaggio dentro di me... dentro quella casalinga che spesso, per pigrizia o per chissà che cosa, non esce e se ne sta appollaiata da qualche parte nella tua anima.
Vorresti avere il cacciavite del Doctor Who... e anche il Tardis per stivare tutto ciò che non riesci a tenere.


Forse il tempo per se stessi e i viaggi dentro sé andrebbero istituiti come feste comandate.
Adesso sorridi e ti chiedi quanti post riuscirai a produrre dopo la semplice apertura di uno scatolone che contiene, lo sai, parte di te.

venerdì 23 dicembre 2011

Io l'ho visto... a Rovaniemi


Quando ero piccola e scrivevo la letterina a Babbo Natale, mettevo sempre sulla busta il seguente indirizzo: Babbo Natale, a casa sua, Circolo Polare Artico.
Questa parolona ... Circolo Polare Artico ... mi era stata insegnata dai miei fratelli più grandi di me.
Durante il mio viaggio in Finlandia, raggiunsi la Lapponia.
Passai i miei giorni dispersa nei boschi ma una puntatina a Rovaniemi, giusto per vedere che aria tirasse, la feci.
Quel giretto fu una regressione totale ai tempi della prima elementare.
Prima di tutto mettiamo le cose in chiaro: Babbo Natale esiste, io l'ho visto e non è vestito di rosso come vogliono farci credere. Ecco.
Seconda cosa: è un omone enorme e ha una barba immensa... vera e non posticcia. Questo supporta la teoria che lui sia vero.
Terza cosa: la sua casa è proprio lì ... sul Circolo Polare Artico sicché le mie letterine dovevano essere per forza giunte a destinazione.

Premesso che Rovaniemi è carina, io vi consiglio d'andarci d'estate, anche se d'inverno dovrebbe essere il paradiso del ghiaccio.
E vi dico questo perché Babbo Natale d'inverno è impegnato mentre d'estate ti può dare retta.
Rinsavendo leggermente (ma di poco) vi posso dire di essere entrata nel suo regno con un po' di ritegno nel cuore. Mi sentivo felice come una bimba ma una parte di me continuava a dirmi che quello che vedevo era tutto finto.
Questa sensazione dicotomica continuò a tormentarmi fino al momento topico ... girai un bellissimo angolo tutto fatto in legno e pieno di pacchettini... vidi una sedia grande e lui sopra.
Io e la mia amica Betty restammo impalate a bocca aperta e lui ci osservò.
Avrà pensato sicuramente che eravamo grandicelle come bimbe ma ci sorrise e noi ci guardammo felici esclamando: "Ma è lui!!!"
La felicità e la sorpresa scansarono ogni dubbio ... era lui.
E una mia collega, giorni fa, mi ha fatto tornare in cuore quella sensazione quando, parlando durante la pausa pranzo, disse che se i grandi non credono a Babbo Natale è un problema dei grandi che perdono la capacità di vedere la bellezza di certe cose.
Ed io penso che sia proprio così.
Sicché, se mai andrete a Rovaniemi a trovare quel grande omone immenso vestito di verde e marrone, come vorrebbe la grande tradizione nordica, lasciate fuori i dubbi e la capacità di rilevare la finzione.
Lui è vero, lui esiste ... e si incastrerà nei vostri camini o terrazzi.

Divagazioni a parte, vi lascio qui i miei auguri.
Non so ancora se staccherò un po' da questi racconti oppure se presidierò il web fino alla saturazione.
Però voi passate dei bellissimi giorni, riposatevi, viaggiate, mangiate, vogliatevi tanto bene, raccontatemi tutto.

Come sempre ci troviamo qui!


PS: forse ve ne siete accorti ma nella colonnina qui di fianco è comparso un "Sono Moderna" con il mio user di Twitter. Ebbene sì, ho messo un piede nel futuro quindi guai a chi non mi segue ;-)

giovedì 22 dicembre 2011

Saldi in UK: si salvi (e ci vada) chi può!

Ci sono i saldi in Uk. Da venerdì scorso.
Aiuto. Partite. Zaini e borsoni vuoti.
Il post potrebbe finire qui.
Ma non ho il dono assoluto della sintesi, sicché vi racconterò com'è andata, anni fa, per la sottoscritta.
Fine anno del 2007. Atterro a Liverpool in un tardo pomeriggio pieno di vento.
La mia migliore amica era arrivata da Roma un paio d'ore prima di me, giusto in tempo per farsi risucchiare il bancomat dall'ATM dell'aeroporto. Male, malissimo.
Da quel giorno ho sempre guardato i bancomat dell'aeroporto con molto sospetto.
Santa carta di credito, almeno eri rimasta tu!
E' buona usanza non avere mai, soprattutto in viaggio, carta di credito e bancomat sulla stessa tessera.
Perso (rotto, rubato, ingoiato) uno, c'è sempre l'altra a salvarci la vita.
Facendo il primo giretto di ricognizione per il centro, in piena serata, notammo con molto piacere la scritta Season Sale ovunque.
Il Saldo no ... non l'avevo considerato ... questo fu quello che ci dicemmo in coro; questo fu il ritornello che cantammo ore ed ore dicendoci "ma che stupide".
Saldi = parto con meno roba possibile, soprattutto se si tratta di un viaggio in un paese molto più avanzanto in quanto a department stores dove si trovano cose carine, molto avanti coi tempi a prezzi decisamente popolari.
Per fortuna di entrambe eravamo partite con la versione più ampia dei nostri zaini. Ci saremmo state dentro anche noi.
Giorno 2, esterno giorno, Liverpool Centro. Comincia la spedizione.
Dopo essersi dedicate a dovere a Mathew Street e dintorni, la nostra attenzione du presa totalmente da una fila estrema di negozi dove la parola Reduction echeggiava a destra e manca.
Da brave soldatine dello shopping abbiamo perlustrato ogni angolo alla ricerca dell'occasione da non perdere.
Entravamo in zona camerini sommerse dalle cose da provare e ad ogni prova seguiva una bellissima italica imprecazione ad andare a quel paese perché le cose ci stavano troppo bene e costavano troppo il giusto e allora si entra nel malefico meccanismo di come fai a lasciarle lì.
No dai aspetta ... provo quella cosa grigia ... no dai ... è strettina.... vuoi che mi vada? Ah dai... "£$$%&/&/())%£$£  ... mi va alla perfezione... tocca comprarla!
E poi si passava al confronto e a chiedersi se ne avessimo davvero bisogno.
Successivamente subentravano le classiche cose che ci si racconta del tipo ... ma questo lo metto in ufficio ... di questo colore non ho proprio niente... e poi immancabilmente ci si mette civilmente in fila alla cassa e si paga tutto uscendo con un borsone che manco quando vado in palestra è così.
Finito con i vestiti si passava alle scarpe e di nuovo si ricominciava ... no dai... queste hanno la pianta stretta, vedrai che le sentirò scomodissime ... e poi invece sembrava di camminare scalze e ti chiedevi quando avevi provato quella sensazione lì di completa comodità provanto un paio di scarpe nuove.
E poi stai per dirti basta, e ti giri e le vedi... le sneaker che più e le vedi in un colore che ti dici ... ma va là, in Italia questo non lo troverò mai.
Ti ci avvicini e speri di vedere un prezzo talmente assurdo da lasciar perdere e invece vedi che troneggia uno sconto del 70% e ti dici ... come faccio a lasciarle qui!?

Quando finimmo con Liverpool fu il turno di Manchester che, aiuto, ci fossimo andare giorni prima sarebbe stato un danno (al nostro conto) enorme ed è stato meglio esserci andate quando gli acquisti erano quasi tutti ultimati. 

Poi improvvisamente arrivò l'ultimo giorni di quei 5 passati a zonzo tra Beatles e Oasis.
E proprio nelle ultime ore davanti ad i miei occhi arrivò un cappottino nero a soli 20£.
20 Sterline!!!! Ma dove lo trovo un cappottino così carino con quei soldi!
Era già in mano mia a metà di quel pensiero.

Poi però fu il momento di andare in aeroporto e Santa RyanAir mica li ama i chili in più!
Che fare? Niente... ero stata talmente brava nel mio essere sconsiderata da non superare il peso richiesto.
Pena però... indossare due giacche.
Avevo il cappottino 20£ e il mio bellissimo piumino. Uno sull'altro.
Passai il controllo passaporti che sembravo l'omino Michelin. Poco male. Avevo il mio bottino.
Il mio bottino formato da il cappottino 20£, una giacchina in panno che in Italia non si sono nemmeno sognati di ancora di disegnarla, un paio di ballerine bellissime, uno scamiciato, 4 magliette, 4 paia di calzini, 2 collant fighissimi, 2 maglie a maniche lunghe, una borsa porta scarpe (da rugby), una gonna e le mie fantastiche sneaker rosa. Il tutto per meno di 150 sterline.
Sottolineo inoltre una cosa che a molti non sarà nota ma a me lo è moltissimo.
In Italia l'abbigliamento e le scarpe non sono democratiche. In Uk sì perché c'è posto per tutte le misure e tutte le taglie.

Sicchè, se vi capita di partire per il Regno Unito in questi giorni, partite con le borse mezze vuote.
Prediligete soprattutto i centri fuori Londra, perché la capitale offrirà mille cose ma a livello di prezzi è un po' più alta.
Secondo molti, Chester è la città giusta per molti acquisti.
Io voto sempre per Liverpool, ma sono di parte.

(e queste sono le famose sneakers...)

mercoledì 21 dicembre 2011

Titanio, Curve, Riflessi e Identità: Bilbao

Visitare il Guggenheim a Bilbao
(Foto © 2011 Giovy)
Se c'era un luogo che non riuscivo ad immaginare, quello è Bilbao.
Ne avevo lette di cose su quella città e c'era stato anche chi me ne parlò ampiamente. Era un collega apertamente appassionato di Euskal Herria e molto informato su tutto ciò che accadeva in terra Basca.
Ricordo che mi colpì moltissimo quando mi raccontò del tempo che cambia in continuazione.
"Siamo in Spagna", dissi dentro me, "mica in Inghilterra?"
Lo capii da sola il mio errore quando posai i miei sandali in quel di Bilbao, anni fa.
Capii la bellezza della Spagna Atlantica e la totale diversità dal resto della nazione.
In primis e molto banalmente, a riguardo di meteo e clima.
Per me Bilbao significava Guggenheim e tutto il resto era da scoprire.
I musei di arte contemporanea sono sempre una sfida per me. Ci sono molte cose, soprattutto installazioni, che non riescono ad impressionarmi ma altre che mi portano letteralmente via al pari dell'Altare di Pergamo al Deutsches Museum.
Andare a farsi un giro al Guggenheim di Bilbao è un'esperienza completa che comincia dal parcheggio e passa poi al fatto di attraversare il parco che lo circonda che è in perfetta armonia con quel gigante di titanio che è la costruzione del museo.
In effetti, prima di entrare, ci misi un bel po'.
Ero rapita dal riflesso del sole su quelle curve di perfezione assoluta. Per la prima volta mi sono trovata a guardare la realtà dalla parte della linea anziché della curva.
Mi spiego meglio. Parlando per valori assoluti i maschietti sono linee. I loro corpi curvano poco, anche quando c'è un po' di pancia.
Le donne, in perfetta antitesi, sono linee curve. La nostra carne si plasma su forme completamente diverse.
Nell'osservare il Guggenheim da fuori io mi sono sentita un po' come se avessi occhi maschili. Per la prima volta. E' una sensazione strana che probabilmente sto spiegando in un modo troppo poco chiaro.
Ma mi perdevo nella sinuosità di quelle forme piegate allo spazio di cui fanno parte.
Mi esaltavo nel godere dei riflessi della luce e pensavo a come ci sarebbe stata bene una mano su quei fianchi di titanio.
Non so se Frank Gehry abbia voluto dare anche un' interpretazione così freudiana al suo edificio ... ma io l'ho vissuto in quel modo. E me ne sono sentita immensamente coinvolta.
All'entrata vissi una bella sorpresa: le audioguide erano super economiche e praticamnete già comprese nel biglietto d'ingresso (il biglietto è di 9€ + 2€ per l'audioguida).
Spesso si sottovaluta l'importanza di una audioguida dentro i musei di arte contemporanea ma l'uso di essa (o il non-uso) possono trasformare la vostra esperienza in modo totale.
Per me fu fondamentale e mi innamorai, anche grazie alla spiegazione, de La materia del tiempo di Richard Serra. Nel trovarmi in mezzo quei giganti ossidati mi sentii come una contemporanea bimba in mezzo ad un bosco toltamente sconosciuto.
Giravo tra le forme di quel mostro esposto (nel senso buono) e mi piaceva la grande sensazione di smarrimento che provavo dentro al cuore.

Quel museo per me fu la porta d'ingresso in  una città che, nelle ore successive, mi avrebbe stupito. E non poco.
Fu la porta d'ingresso ad una Spagna che non è Spagna. Ad un punto del mondo che davvero non riuscivo a comporre nella mia mente.

Bilbao mi portò arte, stupore, punti di vista diversi, la ikurrina su ogni pennone, la polizia tranquilla, sidro e chorizo e l'essenza stessa del popolo basco. Una parte importante di quell'essenza si chiama Aste Nagusia (che vi racconterò presto).

(Foto © 2011 Giovy)
Ho fatto questa foto in giro per Bilbao, quel giorno.
E' sgranata, forse fatta male. Io l'ho intitolata "Essere Baschi ... a Bilbao", proprio perché quel giorno ho capito tanto della gente di quei luoghi.
Mi piace pensare a quel signore anziano e lo vedo ancora fiero nel portare, in giro per la città, quel simbolo che è ben altro che un cappello dalla forma piatta.

martedì 20 dicembre 2011

Paris vaut bien un livre...

Lettere di Simone de Beauvoir

C'era una volta una donna magnifica di nome Simone de Beauvoir.
C'era una volta un libro che questa donna magnifica non sa nemmeno di aver scritto.
Questo libro, infatti, altro non è che l'insieme di una corrispondenza durata una vita: quella tra Simone e Jacques, il suo primo grande amore.
Il suo amore prima dell'uragano Sartre.
C'era una volta la Giovy, che lesse dell'esistenza di quel libro.
Ed ecco all'improvviso che la Giovy si trovò su di un volo diretto a Parigi, solo per acquistare quel libro.
Parlando di connessioni sentimentali, o meglio cultural-sentimentali, quella tra me e Simone de Beauvoir è un'unione molto forte.
Sapevo chi lei fosse, ma non avevo mai letto niente di suoi. Un giorno, dopo un esame all'università, decisi di regalarmi un libro. Gironzolavo tra gli scaffali di una libreria quando un libro mi tagliò la strada. Già, decise di cadere davanti a me un secondo prima del mio passaggio.
Lo raccolsi per rimetterlo sullo scaffale e, facendolo, lessi la quarta di copertina.
Decisi di comprarlo. Il libro era Il Sangue degli Altri. Proprio di Simone de Beauvoir.
Lo divorai ... e dopo quello divorai Memorie di una ragazza per bene. E poi li divorai anche in francese.
E continuai così, affamata delle parole ma soprattutto della vita di quella donna che tanto mi incuriosiva.
Sartre negò sempre la gioia di un figlio alla sua Simone ma lei non si diede per vinta e adottò, a nome suo, una bimba. Quella bimba molti anni dopo avrebbe ritrovato le lettere che sua madre scrisse in tutta una vita.
Gallimard le pubblicò.
Abitavo in Svizzera al tempo e cercai ovunque quella pubblicazione.
Niente, non si trovava... era solo catalogo francese, che ne so... e quella volta fui io a non darmi per vinta.
La mia amica Chiara viveva a Parigi a quel tempo. Mi ospitò più volte sicchè non ci pensai due volte a scrivere sul mio pc www punto ryanair punto it.
Detto, fatto. Ero in volo per Parigi.
Un paio di giorni prima controllai il sito di Le Gallimard e prenotai il libro.
Scrissi alla libreria per dire che sarei passata io a prenderlo. Loro, in ogni caso, non me l'avrebbero spedito in Svizzera.
Ed eccomi là, in un pomeriggio caldissimo di Luglio, gironzolare come una forsennata per Boulevard Raspail, che era anche vicino alla seconda casa che Chiara si era trovata a Paris.
La mia prof di Francese del liceo mi disse un giorno che non si va a Parigi d'estate. Perché non si trovano punti d'ombra, tranne che nei giardini.
Quando Haussmann ha ridisegnato l'urbanistica di Parigi cercò di escludere i punti in cui la gente si può nascondere o tutte quelle cose che aiutano le persone a barricarsi.
Come gli alberi, eccezione fatta per gli Champs-Elysées e per tutti quelli che sono stati piantati dopo di lui.
Ma su Boulevard Raspail quel pomeriggio, era sabato, sembrava esserci lo stesso sole potente di una spiaggia tropicale. O meglio, era la versione cittadina di Mezzogiorno di Fuoco in cui io facevo il duello con le ombre immaginarie che proiettavo davanti a me causa colpo di calore.
Ero convinta che quella libreria facesse orario continuato. Non fu così sicché tenetene conto se volete andarci.
Raccolsi la delusione legata alla mia convinzione e me la portai sulla strada che percorsi a ritroso tornando verso la metropolitana. Tanto la libreria era chiusa, dovevo per forza andare da qualche parte.
Mi venne in mente che lì vicino avrei potuto trovare Les Jardins de Tuileries.
Chiamai Chiara, mi raggiunge portanto dei panini e qualcosa di fresco.
Andammo in cerca dell'ombra e di un po' di pace.
C'era silenzio, nei giardini. Mangiammo e ci appisolammo.
Mi sentivo in una pace sospesa dalla realtà. Per un momento realizzai che stavo sonnecchiando nei giardini del re di Francia. Ripensai a Dumas Padre e ai Tre Moschettieri.
Il mio risveglio fu come il ritorno da un viaggio lontano.
Ero nel presente e dovevo correre da Simone.
Lei mi aspettava, con le sue parole in mano.
Comprai il libro ... immenso... miliardi di pagine.
Lo sfogliai quasi timorosa... cominciai subito ad inoltrarmi in quelle labirintiche vicende.
Mi immaginavo sensazioni, sapori, vesti, colori.
Lo riposi con cura dentro il mio zaino e la sera dopo tornai a casa.
Non lo lessi in aereo né viaggiando verso l'aeroporto.
Era troppo importante e, fisicamente, molto ingombrante.
Poi cominciai lettera dopo lettera, pagina dopo pagina.
La vita che racconta è tanta, è grande, è forte, è dolorosa ed è allo stesso tempo esaltanete e piena di gioia.
Sapete una cosa? Non l'ho ancora finito.
Leggo una lettera ogni tanto. Simone che scrive, Jacques che risponde.
Cerco di collocare quella lettera nella Storia e nella vita di chi la scrive.
Quando giro gli occhi e riconosco il profilo di Correspondance Croisée nella libreria di legno che sta vicino alla porta sorrido perché so dov'è e perché so che resterà sempre con me.

Ho fatto di ben peggio per le cose che mi piacciono ... o che mi servono.
Volare a prendermele per me ha in se qualcosa di romantico che sento immensamente mio.
Ora come ora vorrei volare in Galles per far la spesa di birra. Generalmente in Uk per mille altre cose tra le quali la HP Sauce, il Cheddar, la Diary Milk.
In Svizzera per la panna acida, la gazzosa, la salsa all'aglio e per la Svizzera stessa.
Me ne andrei a Cuba per il Lime. Torneri in Brasile per la frutta e per la carne.
Tornerei a La Gomera per il pesce e l'Almogrote (post coming soone).
A Monaco andrei a prendermi un Nuss Preztel nella panetteria che conosco io.
Andrei anche al mio paesello natale per un aperitivo che c'è solo là e per la sopressa.

Quello che quel folle volo verso Paris per un libro mi ha insegnato è che le passioni spingono più della benzina. E noi facciamo sempre bene ad ascoltarle.
Grazie a Dio hanno inventato l'ecommerce.

lunedì 19 dicembre 2011

Chengde: il mondo dentro


Cina Chengde Piccolo Potala

La Cina è vasta, la Cina è immensa.
La Cina va conosciuta, scandagliata, capita.
Questi pensieri salgono alla mia mente oggi, tanti anni dopo quel viaggio in Far East, proprio perché la Cina è diventata un qualcosa di quotidiano nella nostra italianità.
Dove vivo ci sono moltissimi cinesi. Alcuni mi sono simpaticissimi ed io credo di esserlo a loro.
Altri non li sopporto ... ma non lo faccio per un motivo palese che mi farebbe girare le ovaie anche se si trattasse di un italiano: non mi fanno lo scontrino.
Quando arrivai in Cina ebbi tantissime cose da scoprire e non vedevo l'ora.
Mentre volavo verso Est pensai che, per la prima volta, sarei arrivata in un paese la lingua del quale ignoravo totalmente. Quella stessa senzazione di ansia legata ad un cielo che non si comprende si riversava in me portandosi dientro una domanda: "come mi espirmo in Cina?Cosa dico?"
La fortuna volle che un'amica fosse a Pechino per studio. Mi feci scrivere alcuni biglietti col nome di luoghi-chiave di Pechino e il nome del posto dove dormivo.
Per il resto giravo con un piccolo block-notes e penna per fare i disegnini. I disegnini sono un linguaggio universale. I gesti non lo sono.
Il difficile venne quando cominciammo a spostarci fuori da Pechino, verso Nord, verso Il Gobi, verso il Confine. Il difficile venne lì quando l'accento di Pechino si dissolveva.
Il difficile venne lì quando nemmeno la mia amica capiva bene quel che le dicevano.
Il difficile venne con la vera Cina perché, diciamocelo, le Capitali non regalano mai la vera essenza di un luogo.
E tutto fu così complicato che ci guardammo in faccia, in quattro, e ci dicemmo "Cosa ci siamo venute a fare a Chengde?"
La Guida della Cina ci chiarì subito le idee perché in quel luogo sperduto in Manciuria si trova un residenza estiva del periodo imperiale veramente bella e interessante.
Il secondo motivo fu poi il Piccolo Potala.
Situato in altura fuori città, si tratta di un palazzo molto importante per i buddhisti di rito tibetano.
Lì risiede normalmente il Panchen Lama. Non ho mai capito bene che ruolo religioso abbia. Ho capito benissimo che si tratta di un qualcuno di importante per chi segue quel credo, quella filosofia.
Io ero a dir poco oltre rispetto alla mia solita curiosità. Mi sentivo una bimba che continuava a dire "Quando andiamo? Quando andiamo?"
Nel mio fremere verso la scoperta di quel monastero, non mi resi conto che, quella mattina, stavo vivendo la vera cina. C'erano gli anziani in tuta blu, i bimbi vestiti tutti colorati e una famiglia che viaggiava al completo su di un vecchio motorino.
C'erano i commercianti che ti inseguivano per strada e si offendevano se accettavi il primo prezzo da loro proposto. Fu lì che imparai che i cinesi contano con una sola mano ... perché nell'altra tengono l'oggetto che devono vendere. Fu lì che capii il loro modo di mostrarei i numeri con le mani (pensavate fosse uguale ovunque, vero?) ... o meglio con la mano, l'unica libera.
Fu lì che mi trovai di fronte ad un pranzo che aveva un buon odore... ma non sapevo assolutamente cosa fosse. Mi disserò però di stare tranquilla, la Cina del nord non utilizza strani animali per la gastronomia.
Io ho mangiato e non sono stata male. In certi luoghi è meglio non farsi troppe domande.
Fu a Chengde che imparai che Cesso in Cinese si dice Cesuo e si scrive 停止. Never forget!
Era pomeriggio quando salimmo verso il Tempio.
Il vento arrivava freddissimo dalle steppe mongole ormai vicinissime.
Tutte bardate bussammo al mega portone di legno come viaggiatrici di altri tempi.
Ai viaggiatori è permesso entrare in numero contentuto, purchè si osservi il silenzio e si rispetti la dignità di un luogo di studio e preghiera.
I Monaci ai miei occhi sembravano creature uscite da un film, immensi nei loro colori arancio, fucsia e bordeaux. Io li guardavo stupita e loro guardavano stupiti me.
I giovani erano pochissimi, uno di questi ci fece visitare in parte quell'immenso luogo. Parlava francese e ci raccontò poco dell'edificio e molto sulle tradizioni ad esso legate.
Parlammo un po' di Mantra e mi spiegò l'importanza della ripetizione ipnotica e la forza che risiede dentro la voce quando si prega qualcosa o qualcuno di assoluto.
Alla fine del giro mi regalò una la sciarpa bianca tipica di quella religione. Ora la custodisco preziosamente dentro il mio armadio (e mi piace il fatto che si stia sfilacciando).
Sorrido nello scrivere questo perché la religione cambia ma i gesti ad essa legati no.
I religiosi sono sempre pronti a regalarti qualcosa: chi la sciarpa, chi il santino.
Questo cambiare delle religioni ma il presidio totale degli stessi gesti mi fu ben chiaro in molte occasioni in Cina.
Quel monaco ci chiese se volevamo assistere alla preghiera mattutina il giorno dopo.
La risposta fu unanime, malgrado il fatto che saremmo dovute tornare al tempio all'alba del giorno dopo.
Un'alba così buia,ventosa, fredda. E poi la salita per raggiunger il monastero.
E poi quel monaco, il suo sorriso sereno che anticipava il sorgere del sole.
Poi vissi una delle esperienze più forti di tutta la mia vita.
Quelle voci profonde, basse all'ennesima potenza, costanti, vibranti, tendendi all'infinito.
Quell' Om mane padme hum ripetuto per non so quanto tempo con un ritmo più preciso di un metronomo e con una comunione di pensiero e cuore tale da non riuscire a trovarne una definizione che le renda giustizia.
Finita la preghiera salìì su una delle terrazze del monastero, il sole era davvero arrivato.
Mi sedetti per terra, con la schiena appoggiata al parapetto. Il sole sul mio viso e poco vento su di me.
Tenevo la sciarpa bianca stretta tra le mani.
Guardavo le alture della Manciuria, osservavo il loro essere spoglie e brulle, vedevo l'attesa della primavera nell'immagine che rimandavano ai miei occhi.
Silenzio, solo silenzio. Il mondo dentro.
Lasciai quel luogo un po' a malincuore ma il viaggio premeva sotto i miei piedi.

venerdì 16 dicembre 2011

Il gusto completo di Tapas a Pamplona

Dove mangiare le Tapas a Pamplona
(Foto © 2011 Giovy)

C'era una volta una bellissima cittadina di Navarra chiamata Pamplona.
C'era una volta quella bellissima cittadina di Navarra che però è Basca e mai dire che è Spagnola.
Mai dire Pamplona, dire sempre Iruña (da non confondersi con Irun, altro luogo basco molto conosciuto).

Di quel posto si può dire molto: si può parlare di Hemingway, si può parlare di San Fermines, si può parlare di un negozio di biscotti del tutto speciale o si può parlre anche di Kukuxumusu, che non è una bestemmia ma un posto dove comprare cose carinissime.
Ma io vi parlerò di tapas.
Le Tapas, lo saprete tutti, sono quei manicaretti che accompagnano aperitivi o bevute varie in terra di Spagna. Il tutto durante l'orario pre-pranzo e il pre-cena.
Usanza spettacolare per quel che mi riguarda perché spesso, dopo un buonissimo spritz, si sente l'esigenza di asciugare un po', diciamo...

Quando sei giovane e viaggi con lo zaino in spalla o anche quando sei meno giovane e non hai voglia di spendere troppo, le tapas diventano le tue migliori amiche.
Anni fa, un mio amico stava con una ragazza di Santander. Lei mi raccontò, proprio in occasione del mio viaggio in Spagna, con il miei due Hermanos Michi e Andre, che più vai a Sud più le tapas sono grandi.
Ebbi l'occasione di notare l'effettiva escalation sull'asse Cordoba-Sevilla-Granada e avremo occasione di parlarne. Oddio, sono come Re Lear: parlo al plulare!
Rinsavendo leggermente e tornando a questo post, vi dico che quel pomeriggio a Pamplona faceva caldo caldissimo, non c'era un alito di vento e girare come forsennati ci fece raggiungere livelli di stanchezza estrema.
E quando la stanchezza si fa dura, la birra comincia a fare la sua partita.
Premettendo che la responsabilità ci deve sempre accompagnare durante i momenti alcolici, vi posso dire quando si suda tanto la birra (di qualità) è meglio di qualsiasi isotonico. Alcuni ritengo e molti sostengolo (oddio... sembro Giacobbo) che la naturalità della birra e dei suoi sali minerali sia a dir poco il miglior integratore dopo tanti sforzi.
Consci di questo pensiero, non perdemmo tempo e finimmo dentro un bellissimo bar dalla parvenza un po' antica in quel di Calle de Estafeta o, per dirla alla basca, Estafeta Kalea.
Trattasi della via centrale di Pamplona e parte finale dell'Enchierro.
Il posto si chiamava Bodegòn Sarria e, Signore e Signori, andateci se passate di là.
Bancone in legno dal sapore usato, antico, pieno di cose ascoltate.
Sgabelli comodi, Birra San Miguel, bocadillos con Jamon Serrano.
In un giorno d'estate non avrei potuto chiedere di meglio: fu la pausa ideale.
Ancora più ideale fu quando scoprii che quel giorno le tapas erano in offerta speciale a non si sarebbero dovute pagare.
Di norma, le tapas sono sempre state gratis.
Con il crescere del turismo e probabilmente anche delle esigenze economiche le cose sono cambiate. Un euro per le tapas, due e qualcosa per la birra.
Questo potrebbe darvi un'idea di massima su cosa potreste trovare, in orario aperitivo, in spagna.
Manco a dirlo, quel giorno a Pamplona, le birre furono svariate e le tapas arrivarono a quota ... non ricordo più. Praticamente si cenò.
Mi piacque molto quella sensazione di breve stordimento e intera soddisfazione nell'uscire da quel locale e capire di aver vissuto un momento estivo davvero bello.
Non fu solo un bere e nutrirsi.
Non fu solo il gironzolare per una cittadina assai carina e non su solo il sole, il caldo l'estate.
Non fu solo il pensiero di aver sentito parlare di quella città miliardi di volte.
Non su solo il gusto indefinibile del Jamon Serrano ... che non è prosciutto crudo. E' Jamon ed è diverso.
Non fu solo la San Miguel, che è una birra commerciale di tutto rispetto.
Non furono solo gli sgabelli di legno e quel bancone denso di vita.
Non furono solo le chiacchiere e non fu solo viaggio.

Fu la totalità di tutto questo: un'esperienza che, agli occhi dei più, può sembrare insulsa, inutile o fin troppo scontata.
Ai miei occhi, però, fa dire solo una cosa: sono stata davvero a Pamplona.

giovedì 15 dicembre 2011

Un punto luminoso per sentirmi a casa, ovunque

(questo è Orione)
Oggi va che penso alle stelle.
Penso che le stelle ci sono sempre e mi chiedo quante di quelle che vediamo sono già spente o morte o chi lo sa. E mi capita, quando faccio questi pensieri, di sentirmi immensamente in bilico perché noi siamo su di un pianeta ... e va bene.
Il pianeta è dentro il sistema solare, dentro la galassia della Via lattea se non sbaglio. E va bene anche questo.
Ma il contenitore che contiene noi... su cosa si regge?
Ecco, mi fermo lì o meglio mi perdo lì e mi viene la pelle d'oca perché penso che le cose hanno un inizio ed una fine. Sono due dati ineluttabili.
Ed io non concepisco le fini. La terra ci sarà sempre, io ci sarò sempre, l'universo ci sarà sempre.
Cambierà, di sicuro. Ma ci sarà sempre.
Nel dire questo batto i piedi come una bimba capricciosa e mi dico che chi pensa alla caducità delle cose sbaglia. In realtà so benissimo che quella che sbaglia sono io.
Inizio contorto, I know. Contorto perché le stelle sono contorte, sono difficili, sono lontate.
Hanno però qualcosa di positivo: ci incantano e, dall'alba dei tempi, ci guidano.
Dalla mia stanza a casa dei miei, vedevo benissimo Orione, soprattutto nelle notti di inverno.
Qualsiasi cosa stessi facendo, ad una certa ora mi recavo alla mia finestra e stavo lì. A guardare le montagne incontrare la cintura di Orione.
Anno dopo anno ho cominciato a volere bene a quei puntini luminosi e avrei sempre voluto capirci di più.
Anno dopo anno quei puntini luminosi cominciarono ad indicarmi la mia posizione.
Spesso, infatti, trovandomi in giro, alzavo gli occhi al cielo non appena si faceva buio e cercavo Orione.
Lo cercavo con una specie di lieve ansia nel cuore e restavo lì, col naso per aria, finché non l'avessi trovata.
Non appena individuavo quella costellazione cercavo la cintura. Osservavo quelle tre stelle facendo un gran sospirone. Ovunque fossi, avevo capito dov'ero. Mi ero data un posto nell'universo. Ero a casa.

Quando atterai all'aeroporto di Dakar era pieno dicembre ed era super buio. Io non riuscivo a pensare che fosse Dicembre perchè erano circa 25 gradi e mi sentivo miliardi di km lontana da casa, malgrado avessi volato, da Parigi, solo 5 ore.
Quando arrivai venni investita dall'aria calda e mi misi in fila per il visto sul passaporto. Sulla mia sinistra c'erano delle grandi finestre ma attraverso quei vetri vedevo solo un cielo nerissimo.
Quando la persona che mi ospitava mi trovò in mezzo al marasma dell'ingresso dell'aeroporto di Dakar io fui felice e, non appena salii sulla sua macchina, cominciai ad osservare le stesse la finestrino.
Chek (la persona che mi ospitava) viaggiava sicuro su strade buie e non segnate. Io vedevo piccole casette e sabbia ... in lontanza le luci forti della città.
Ma noi eravamo nel buio ed io aprii il finestrino di quella vecchissiam Renault beige e guardai di nuovo il cielo.
Sentii una certa apprensione dentro me perchè non capivo dove fossi. Guardavo il cielo che in quel momento era solo un lenzuolo nero pieno di cristalli brillantissimi messi a caso. Non trovavo, dentro l'immagine di quelle stelle un direzione o qualcosa di riconoscibile.
Mi batteva forte il cuore ed io non capivo se quella era il risultato dell'ansia di non trovare nessuna corrispondenza nelle stelle o perché ero in Africa per la prima volta.
Quando arrivai a casa di Chek ... l'ho già raccontato ... salii sul tetto perché non riuscivo a dormire. Dopo le chiacchiere con quella splendida donna senegalese che era la madre di Chek io mi fermai ad osservare le stelle. Perché lì, in mezzo al buio di Guediawaye mi ero decisa a trovare Orione perché avevo bisogno di definire dove fossi. Volevo trovare il mio luogo e lo volevo giusficare con la visione delle stelle.
Cercai quasi con la stessa ansia e lo stesso batticuore di prima. Troppo cielo, troppe stelle, troppo buio, troppa Africa. No... me lo dissi dopo ... l'Africa non è mai troppa.
Ostinata come sempre, lo trovai ... trovai Orione... disteso invece che in piedi ... ma era lui.
Era l'Orione di sempre ... il mio "tu sei qui" perenne e brillante.
L'ansia si placò ed io lo scrutai moltissimo quasi per convincermi che fosse tutto vero.

Fu allora che ricordai quanto mi batteva il cuore quella sera, in Brasile, quando non riuscivo a trovarlo. Quando la mia mente continuava a dirmi che quello era il cielo australe, che quel cielo era diverso da quello che ero abituata a conoscere.
In effetti... son cavolaccia amari quando si passa l'Equatore e lo sapeva bene il mio amico Hermano Andre, che viaggiava con me.
Lui sì che era stato previdente... lui s'era portato l'astrolabio dell'emisfero australe e una sera andammo in massa in spiaggia (meglio essere tanti e meglio restarci poco ... meglio avere sempre qualcuno del luogo) per cercare di osservare quelle stelle che non avevamo mai visto prima.
"Andrea... non me cato...", gli dissi io nel mio dialetto (Andrea non mi trovo, non mi capisco)
"Par forsa ... qua xe tuto diverso..." mi rispose lui
"Go capio ... ma se da noialtri vardemo sempre el nord e la stella polare... qua gonti da vardare a sud? Cosa serco par capirme?" continuai io (della serie se a nord si cerca la stella polare, qua guardo a sud? cosa cerco?)
Cercammo con l'astrolabio e la bussola la direzione della Croce del sud.
Fu difficilissimo riconoscerla perché non è proprio semplice riconoscere l'immagine di un qualcosa che non si è mai visto in mezzo ad un cielo immensamente vasto.
Ma era là ... effettivamente più luminosa e presente di tante altre stelle.
Durante le sere brasiliane successive fu difficile osserave il cielo nel marasma di una città immensa.
Non si deveva e la cosa mi dispiaceva moltissimo.
Prima di partire però tornammo in spiaggia in pieno buio. Sempre in massa. Obviously.
E rividi quella costellazione. E rimasi ad osservarla come per imprimerla nella mia mente.
Nel caso fossi andata nuovamente nell'emisfero sud del mondo... niente avrebbe potuto farmi sentire persa se avessi avuto ben in mente anche solo la posizione di una di quelle luminosissime stelle.

Basta un puntino luminoso per riconoscere se stessi dentro al mondo.


(questa è la Croce del Sud)

mercoledì 14 dicembre 2011

Natale sotto il baobab

Senegal a Natale
(Foto © 2011 Giovy)

Anche in Senegal arrivò il natale.
Ed io venni caricata sulla 4x4 del buon Père Ambroise e venni portata al suo villaggio d'origine ... un posto dalle parti di Thiès, un posto dove non si parla wolof bensì lingua sérère.
Ambroise era un gesuita senegalese che parlava un italiano spettacolare. Durante il viaggio mi raccontò di aver studiato per un po' in Italia e di leggere spesso libri italiani che qualche altro prete gli portava dall'italia.
Simpaticissimo e molto cordiale, mi fece addirittura guidare quando abbandonammo la strata asfaltata per le piste su terra rossa.
Io ero esaltatissima perché mi sentivo molto Giovy-alla-Parigi-Dakar ma quando mi resi conto che i pneumatici di quel pick up giravano sulla sabbia un po' di timore mi venne perché avevo una paura immensa di insabbiarmi.
Non successe perché Ambroise mi diede indicazioni preziose. Poco dopo però gli riconsegnai le chiavi e tornai al posto del passeggero con tanto di foulard sulla faccia perché la sabbia si infila ovunque, anche con i finestrinio chiusi.
Passai i giorni a ridosso del Natale a Thiès, ospite di una ONG che avevo trovato su internet.
Il viaggio in Africa da sola era una grande cosa ma non avevo voglia di passare il Natale da sola. Inoltre i miei amici mi avevano regalato un vasetto di una notissima crema alle nocciole e dovevo pur dividere una baguette piena di quella cremina con qualcuno, no?
Infatti fu così. Presso quella ONG c'erano tre volontari: due ragazze che operavano in Senegal e un ragazzo che arrivava dal Burkina Faso. Era venuto in Senegal per passare qualche giorno tranquillo. In Burkina, in quei giorni, le cose erano difficili e la tensione altissima.
La sera della vigilia andammo a comprare, lungo la strada principale di Thiès, ben tre baguettes che, non appena tornati all'associazione, riempimmo fino allo strabordio di quella cremina alla nocciola.
Ci sedemmo vicino all'improvvisato presepe che era stato messo lì da non si sa chi.
Mane, la governante dell'associazione, sorrideva quasi intimidita da quella cremina. Gliene offrimmo un po' ma lei, musulmana in pieno Ramadan, riufiutò malgrado il sole fosse già tramontato da molto.
Mane rideva soprattutto per i nostri visi tutti sporchi di cremina alle nocciole.
Io ero in condizioni pietose ... non mi vedevo ma conoscendomi lo so per certo.
Quella fu la nostra vigilia, passata quasi a tornar bimbi mentre il muezzin impetuoso non la smetteva di chiamare i fedeli. Il Ramadan sarebbe durato ancora per tre giorni.
Tornando al 25, Ambroise guidava in mezzo alla polvere e la polvere cominciava a lasciarmi scorgere quei primi sentori di civiltà umana.
Tra i baobab cominciavano a comparire, qua e là, delle piccole casette quadrate, in muratura.
Quest'ultime erano spesso affiancate da delle piccole capanne, rialzate ed io non sapevo proprio dove fossimo finiti. Chiesi ad Ambroise più volte il nome del suo villaggio e più volte lo dimenticai.
Arrivati lì, lui cominciò a parlare in ligua sérère, traducendo prontamente per me.
Si preparò per la messa che si sarebbe tenuta in una specie di capanna più grande.
Entrai e mi sedetti quasi sul fondo.
Arrivò tutto il villaggio e tutti vestiti in un modo spettacolarmente colorato.
La messa fu intensissima, quasi tutta cantata e ballata fatta eccezione per il sermone di Ambroise che prima parlò nella sua lingua, poi traduceva in francese per me e per altri volontari che erano arrivati da non so che villaggio. Loro erano olandesi.
Mi stupì la sua forza, mi stupì la felicità di un annuncio religioso vecchio di duemila anni che si perpetuava in quel momento, tra quella gente, come l'arrivo di un qualcosa di inaspettato. Qualcosa di nuovo e di eternamente importante allo stesso momento.
Mi sentii commuovere durante quei momenti. La forza che sentivo attorno a me era talmente grande da scuotermi come una foglia al vento.
Niente di trascendentale ma un'umanità più grande del mondo intero.
Come ogni Natale che si rispetti, ci fu il pranzo.
Cous-cous, carote, altre radici di cui non saprei dirvi niente e carne di capra.
Tutti seduti sotto un baobad immenso, dalla parvenza quasi morta ma dalla vita immensa.
Mi dissero, quel giorno, che più il baobab sembra morto, più contiene vita al suo interno.
Fu così, sotto il grande albero, che imparai quanto difficile è mangiare con le mani una cosa minuscola come il cous-cous senza brodolarsi ogni centimentro di mani.
Fu lì che capii quando è bello mangiare tutti dallo stesso piatto.
Fu in quel momento, che pensai per la prima volta che gran parte del giorno non mangia con coltello e forchette. Ci sono quelli che mangiano con le bacchette e tutti quelli che mangiano con le mani.
E, ripeto, mangiare con le mani non è così facile.
I bambini giocavano ed io sentivo dentro me una felicità che da molto non provavo.
Per portarmi a casa un po' di quella sensazione speciale li fotografai, in pieno sole.
Ora riguardo quella foto e penso a quel Natale di molti anni fa.
Risento dentro me quel sole e quella felicità.

martedì 13 dicembre 2011

Le Onde di Puerto Escondido

Viaggio in Messico a Puerto Escondido
(Foto © 2011 Giovy)

Signore e Signori la Giovy Airlines è lieta di darvi il benvenuto a bordo. Allacciate le cinture di sicurezza, oggi si fa rotta verso Puerto Escondido, Mexico.

Quando uscì il famoso film di Salvatores io fu una delle poche persone a perdermelo. Non so come mai, probabilmente non feci caso ai cartelloni o non so che altro.E me lo persi anche nei suoi passaggi televisivi.
A supplire questa mancanza ci pensò, un bel po' di tempo dopo, la mia collega Marta (ora ex collega dato che non lavoro più nel posto di quegli anni) che era infognatissima di Salvatores e aveva il mito del Messico perlustrato in cerca di qualsiasi minima traccia del peyote. Non avevo visto il film ma ormai lo conoscevo a memoria.
Poi arrivò un giorno, anni dopo, in cui feci un esame all'università e, prima di tornare a casa, mi fermai al Virgin Store di Padova per autocelebrarmi mi regalai un cd. Si rattava di  La Revancha del Tango, splendido lavoro d'esordio. Quando fui alle casse per pagare, vidi un cd in offerta. Per meno di 5€ potevo portarmi a casa la colonna sonora di Puerto Escondido. Non so perché, lo comprai.
Tornata a casa mi misi ad ascoltarlo e lo abbinai subito alle parole di Marta e a tutto quel bello racchiuso, secondo lei, tra le parole Puerto e Escondido.
Poi arrivò Settembre 2004 e partii per il Messico.
Il Messico è grande; il Messico è alto; il Messico ti prova fisicamente, non tanto per Montezuma che mai conobbi, quanto per tutte le miglia macinate sulla Panamericana. E viaggiare sulla Panamericana è esaltante da un lato e distruttivo dall'altro: curve, stracurve, dirupi e autisti impazziti. Basta come descrizione?
Sicché, dopo tutto questo girovagare e dopo tutta quest'altitudine (mai scesa sotto i 1'500, tranne che per Puerto), un giretto al mare ci stava proprio bene.
Vuoi andare in Yucatan che ci vanno tutti? Noooooo.
Vuoi andare a vedere l'oceano pacifico e la gente che fa surf? Sìììììììììì.
Surf in Messico si dice Puerto Escondido. Più precisamente Playa Zicatela.
Non sapevo che aspettarmi ... ricordate? Il film non l'avevo visto.
Avevo paura di trovare qualche resort o chissà che cosa. Invece non fu così.
L'autobus ci portò dopo 17 ore (dal Chiapas ci si mette davvero una vita) in quel del centro del paesino ed in quel momento il mio cuore si felicitò dell'arrivo.
Il paesino era piccolo e molto genuino, tanti pescatori. Una baia fatta ad U e un'interminabile spiaggia dritta sulla quale l'oceano sbatteva impetuoso. Quella era la Playa Zicatela.
Per pochi pesos un taxi portò noi e i nostri bagagli (che in Chiapas causa acquisto impetuoso di artigianato locale erano cresciutissimi) davati ad un ostello.
La Playa Zicatela è tutta ostelli, spiaggia, surf ... e un ristorante.
Il ristorante di Claudio Conti, il personaggio che ispirò a Salvatores il famoso film.
Lì di fianco, comunicante, c'era anche una pizzeria gestita da un certo Angelo, ma sempre sua.
L'arrivo, finalmente, a livello del mare dopo tanta sierra significava metter via i jeans e tirar fuori pareo, costume e girare per almeno tre giorni comodamente sempre in infradito.
L'arrivo a livello del mare significava pesce.
L'arrivo a livello del mare significava "forse ce la faccio a togliermi di dosso i segni della T-Shirt prima di tornare a casa".
L'arrivo a livello del mare significava un po' di riposo e tante onde da scoprire.
Io amo le onde. Mi piace vederle infrangersi con forza sulla spiaggia.
L'ostello presso il quale alloggiammo si trovava (e si trova tutt'ora) sul fondo della Playa Zicatela: pochi soldini (circa 5 euro al giorno) per un bungalow un po' spartano ma con tutti il necessario ad una microscopica distanza dalla spiaggia. Di notte si sentiva solo la musica delle onde.
La cosa più bella? Eravamo le uniche italiane sulla spiaggia e questo mi sorprese perché, dato il film, pensavo mi sarei trovata come sulla spiaggia di Riccione.
C'erano tanti americani molto easy, canadesi, dei polinesiani e australiani. Tutti con un solo e unico pensiero in testa: il surf.
Ci recammo in spiaggia subito. Tempo di posare gli zaini e metterci il costume. Protezione solare d'obbligo date le nostre parti perfettamente bianche fatta eccezione per parte delle braccia e delle gambe.
Come due bimbe alla loro prima esperienza marittima, corremmo felici verso l'acqua e, al primo colpo dell'onda sulla sabbia, ritraemmo come demoni davanti ad un crocefisso.
Non avevo mai percepito una forza del genere. Non avevmo ancora messo piede in acqua che l'Oceano si presentò a me con tutta la sua potenza.
"Salve, sono l'Oceano Pacifico e sono vastissimo e pieno di squali. Se provi ad entrare in acqua ti sommergo", questo fu il suo incipit.
Ed io ci provai ad entrare in acqua ... e so nuotare ... ma non ci riuscii.
Le onde erano tre volte me ed io accetai l'invito dell'Oceano a non sfidarlo e me ne restai seduta buona dove c'è la risacca... e lì c'era talmente tanta acqua che mi accontentai.
Il bello di alcune spiagge in centro e sud America sta nel fatto che la gente ci tiene a tenerti lì e al fatto che tu torni. Gli ombrelloni (fissi e fatti di legno) e i lettini non si pagano a giornata bensì è sufficiente una consumazione nell'arco di una giornata per poterci stare tutto il giorno.
E noi ci bevemmo succhi a non finire (lime e carote prodotto all'istante è qualcosa che non ha pari), ci mangiammo del pesce appena pescato, ci gustammo un margarita dondolandoci sull'amaca.
E il giorno dopo fu uguale ... piccolo lusso viaggereccio dopo tanto peregrinare.
Tanto i surfisti non ti cagano, tanto i surfisti vengono lì apposta perché è tutto più free e easy way rispetto alla California. E lì i tube sono immensi e potenti... e non ci sono tutte quelle barbie-girl che ci sono a Santa Monica. Ecco... questi sono i surfisti di Puerto.
Ma guardarli è uno splendore e ti chiedi se mai saresti capace di salire su quella tavola senza morire.
Per quel che mi riguarda la risposta è no.
Furono giorni easy e la prima sera decidemmo di concederci una cena fuori.
Il resto dei giorni avremmo cucinato noi in ostello.
Una delle cose bellissime del Messico è che frutta e verdura sono di prim'ordine e cucinare cose buone è facilissimo.
Finimmo per cenare da quell'Italiano ... Angelo ... e lui in vetrina aveva una vecchissima copia del Manifesto, quella di quel giorno dell'Aprile 1996 in cui il Cavaliere venne sconfitto alle elezioni.
Angelo ci disse che gli italiani restano un giorno solo a Puerto "... Troppo spartano per loro. Poi si rintanano a Puerto Vallarta" furono le sue parole.
A sentire quel Puerto Vallarta io cominciai a cantare dentro me Mare profumo di Mare ... con l'amore io voglio giocare, è colpa del mare del cielo e del mare... in perfetto stile Love Boat.
Avessi avuto più giorni, un giro a Puerto Vallarta l'avrei fatto di sicuro... solo per vedere la Pacific Princess (una delle sue destinazioni tipiche era infatti PuertoVallarta) e ricordare quello splendido telefilm anni '80.
Angelo era contento di averci lì e devo dire che la pizza era proprio buona.
Dopo tante Tortillas probabilmente anche il mio stomaco era felice. Chi lo sa.
Riguardo quella foto e ripenso all'Italia di oggi.
Forse hanno avuto ragione loro ad andare a vivere in un luogo tutto sole e onde di tre metri.
Putroppo il famoso Claudio Conti è stato rapito ed ucciso.
Chissà se Angelo è ancora lì. Chissà se fa ancora le pizze buone come quella di quella sera e chissà se altri italiani hanno invaso quel paradiso spiaggesco.
Quello che so è che mi piacerebbe avere le risorse per passare lì un'altra settimana a disintossicarmi dal mondo e a guardare le onde farsi enormi agli occhi miei.
Quello che so è che il Cavaliere non è ancora del tutto sconfitto ma tengo davanti agli occhi quella foto come promemoria, attendendo il giorno in cui sarà per sempre così.
Intanto penso alle onde ... loro sì che sono sempre là.

Puerto Escondido
(Foto © 2011 Giovy)