martedì 29 maggio 2012

Il bello di due chiacchiere in treno

Viaggiare in treno
Foto © 2012 Tony Harrison

Ci sono quei viaggi in treno che non scorderai mai.
Più che altro sono viaggi interiori, oltre che di vero e proprio spostamento fisico.
Anche se lo spostamento era davvero grande perché si trattava di attraversare il Nord Italia in largo e tra Veneto e Liguria c'è un bel po' di strada in mezzo.
Era il 1997, anno del mio diploma di maturità, e il mio liceo chiuse il programma di lezione negli ultimi giorni di maggio.
Ero messa bene a livello di studio ma, in ogni caso, quel macigno di libri che avrei portato alla maturità era bello peso. Italiano come prima materia, Tedesco come seconda. Inglese Scritto.
E poi, sempre per l'orale, via a seguire con Francese e Storia.
Era l'ultimo anno della maturità "vecchio stampo" ... e, malgrado questo, mi chiesero tutte le materie uscite. Poco male... andrò benissimo.
Ma prima di quel "benissimo" ci furono giorni in cui decisi di non starmene a casa dei miei in Veneto.
Cambiai aria... e quando lo studio si fa peso ... andare a studiare in un luogo diverso è una grande cosa. Credete a me.
Ho la fortuna di avere un fratello che col mare ci lavora e pertanto vive da moltissimi anni vicino al mare.
Lo raggiunsi e andai a studiare un po' a casa sua, in collina sopra La Spezia, un po' sulla spiaggia dell'Isola di Palmaria.
Ma non è questo l'argomento di questo post.
L'argomento è quel viaggio in treno quando attraversai mezza Italia.
Da Vicenza a La Spezia le soluzioni sono due: o si cambia a Brescia e poi di nuovo a Parma ; o si sale sul treno che porta a Livorno e che fa la tratta Milano-Genova-Spezia. Senza cambiare.
Tempo di percorrenza praticamente identico, intono alle 5 ore. Roba da 1800.
Scelsi la seconda opzione: prenotando il posto mi sarei fatta un viaggio tranquillo.
Avevo la mia musica, il mio panino, la mia acqua.
Lo scompartimento dove sedevo fu pieno fino a Milano. Poi rimasi solo io.
Fu in quel momento, quando il treno cominciava a muoversi verso Genova per poi percorrere tutta la Riviera di Ponente, che salì un signore anziano. Avrà avuto attorno ai 70 anni.
Mi soprese la sua immagine perché era super sportivo, con uno zaino da fare invidia ai migliori e più esperti viaggiatori.
Sandali ai piedi, vestiti comodi, libro in mano.
Mi chiese in un perfetto italiano, tradito solo da un forte accento krukkoide, se poteva sedersi con me.
Io annuii e lui posò il suo zaino proprio vicino al mio.
Era Svizzero, di Biel, e stava andando a Chiavari in vacanza.
Fiero del suo essere solitario, mi raccontò di andare da anni in una pensione di Chiavari per circa un mese,sempre intorno alla fine di Maggio e inizio Giugno.
Mi raccontò di aver conosciuto la Liguria durante la sua gioventù, quando girava mezza Europa suonando il Jazz. Parlammo per ore dei suoi concerti e dei suoi incontri, con musicisti più o meno famosi.
Mi disse una cosa che mi rimase impressa: più che i musicisti famosi, lui si ricordava della gente che gli sorrideva da sotto il palco. Questa sua affermazione a me sembrò totalmente genuina e molto bella.
Mi colpiva la serenità del suo volto.
Mi chiese il motivo del mio viaggio e gli parlai della mia scuola.
Poi ci mettemmo a parlare in tedesco ed io ne fui felice.
Chiavari arrivò in un lampo.
Prima di scendere mi disse di volermi spedire della sua musica e gli lasciai il mio indirizzo.
A me lui sembrava gentile e serio e non ebbi problemi a scriverglielo.
In un lampo arrivò La Spezia e sempre in un lampo mi diplomai e tornai di nuovo su quel mare.
Circa a metà Luglio i miei mi chiamarono a casa di mio fratello.
Io ero lì che folleggiavo nella mia estate da diploma.
Loro mi dissero che mi era arrivato un pacchetto dalla Svizzera.
Quel signore mi mandò una cassetta con un live dove lui suonava.
Ce l'ho ancora. E' dentro il mio baule pieno di ricordi.

lunedì 28 maggio 2012

Aiuto! Il Bus!


Oggi si parla di autobus e treni e cose così.
Quelle cose che se sei in Italia e devi andare al lavoro con i mezzi pubblici  ... beh... ti viene l'orticaria.
Ma se sei in viaggio e ti vuoi godere in pieno qualche luogo ... beh ... non c'è altra scelta.
Almeno per me.
Vi racconto tutto su NonSoloTuristi.it
Stay tuned!

venerdì 25 maggio 2012

Turku e le sue stranezze e bellezze


Quella volta che andai in Finlandia dissi ai miei amici che valeva la pena di visitare Turku.
Avevo letto con molta attenzione la guida e avevo imparato che Turku è la città più antica della Finlandia e avevo capito che, se avessi voluti vedere qualcosa di storico, oltre a tanta bellissima natura, sarei dovuta capitare proprio lì.
Il viaggio per arrivare a Turku da Helsinki è breve e piacevole.
Noi avevamo contattato telefoinicamente un ostello che poi si rivelò essere una asilo trasformato in ostello per l'estate.
Era Agosto e la mia estate non era nel pienissimo ma non era nemmeno alla fine.
Quella Finlandese era invece alla fine... e lo capii proprio a Turku.
Quel giorno che arrivammo, passeggiando per il centro e cercando quella bellissima chiesa in legno che contraddistingue la città, vidi attorno a noi masnade di studenti felici di ritrovarsi.
Sembrava davvero il ritorno all'università dopo un'estate di bagordi.
Dissi tra me e me che era Agosto e non poteva reiniziare tutto. Invece mi sbagliavo.
Da lì a qualche giorno l'anno accademico sarebbe ricominciato.
Visitammo il centro, visitammo il castello che mi piacque da matti.
Visitammo quella chiesa in legno che sapeva tutta di tempi antichi in Scandinavia.
Decidemmo poi di fare un giro, verso sera, sulle rive del fiume dove, secondo quanto dicevamo molti, si concentravamo i locali dove trovare del gran divertimento.
Sia che voi siate in cerca di divertimento goliardico sia che siate in cerca di una passeggiata dal paesaggio spettacolare, camminare lungo il fiume mentre la notte non scende (quasi) mai è proprio un'esperienza da provare.
Lungo il fiume ci sono molti barconi in legno traformati in pub, bar, ristoranti.
Noi ne scegliemmo uno che sembrava particolarmente euforico quella notte.
Fu sempre la Lapin Kulta (alla quale ci eravamo già molto affezionati) e il suo "un grado più dell'acqua" ad accompagnare le nostre risate quella notte.
E non solo le nostre... anzi.... noi eravamo proprio dei pivellini della Lapin Kulta data la quantità di birra che quegli stundentelli finlandesi riuscivano a trangugiare.
Era tutto un festoso festeggiamento festante.
Era tutto un bere, ridere, scherzare: tutti a piedi o al massimo con la bicicletta.
Nessuno in auto e nessuno che corresse pericoli ... se non quello di cadere dentro al fiume.
Per un momento mi sono davvero sentita parte di quella festa e mi sembrava di far parte di quella masnada scatenata.
Arrivò poi l'ora di tornare in ostello.
Ce ne andammo verso la strada principale pronti a fermare un taxi (per per fortuna erano copiosi) e pronti a mostrare al taxista il biglietto con scritto la via.
Il Finlandese proprio no ... al di là di Tervetuola e di Petteri Nummelin non riesco a dire niente. Neanche i nomi delle vie.
Eravamo ancora lì... lungo il fiume... quando cominciammo a notale la grande libertà che permea i comportamenti dei finlandesi.
Che in Scandinavia si facessero meno problemi a fare molte cose l'avevo sempre saputo ma non pensavo arrivassero a tanto.
Dopo tanti bagordi e soprattutto tanti litri di una birra che fa un grado più dell'acqua l'esigenza e proprio quella di disperderla sta acqua.
Io, da brava bimba, mi convincevo di aspettare l'ostello.
Le finlandesi si lasciavano andare in mezzo ai cespugli o sopra il primo sprazzo di prato presente.
Quella sera capii davvero quante interpretazioni ha la libertà.
 
Liberazioni fisiche a parte, Turku è davvero una città da vedere e da percepire.
Ottimo punto di partenza prima di esplorare una natura così infinita da essere capace di portar via chiunque.

giovedì 24 maggio 2012

Un mondo che si chiama Tunnelbana

Metropolitana a Stoccolma
Tunnelbana- Foto © 2012 Gianluca Vecchi

Succede poi che un giorno ti viene voglia di organizzare un viaggio (strano... eh?) e pensi a Stoccolma.
Mi immaginavo mille cose relative a quella città e tantissime di quelle cose le ho viste e le ho amate.
Quello che non avrei immaginato mai è l'esperienza legata alla sua metropolitana.
Alcune guide lo scrivono, altre molto meno, ma la Tunnelbana di Stoccolma è un'esperienza artistica oltre che ad essere una gran bella esperienza di spostamento attraverso la città.
Prima cosa consigliatissima: munirsi si Stockholm Card.
E' un'ottima soluzione per ridurre i costi e sentirsi immensamente liberi: oltre ad essere compresa la rete dei mezzi pubblici, la Stockholm Card offre già delle entrate ai luoghi di maggiore interesse della città.
Dentro il mio cuore, il primo posto va al musero del Vaasa e soprattutto all'Historiska Museet che, da solo, vale un viaggio fino a là. Ma ci sarà modo di scrivere di questi due bellissimi luoghi.
Tornando sotto terra, presi la tunnelbana dalle parti di Radmansgatan il mattino del 21/06 ... proprio Midsomarsdag. E Stoccolma era vuota.
Sembrava una città surreale quel giorno... potevo camminare in mezzo alla strada senza il pericolo di incontrare nessuna macchiana.
La luce del giorno era chiarissima e il solstizio d'estate svegliava in me la voglia di fare mille cose.
Scesi per la prima volta nella tunnelbana, eravamo pronti a dirigergi verso il Gamla Stan, quando rimanemmo per un quarto d'ora buono ad ammirare la stazione nella quale eravamo capitati.
Pulizia... ok ... poco rumore ... ok ... nessun odore strano ... ok ... treni puntuali e puliti ... ok. Siamo in Svezia e tutto questo fa Svezia ma ciò che sorprese di più i nostri occhi fu tutta l'arte e il design presente nelle stazioni.
Ok ... ci sta Svezia sta a Design come L'Italia sta alla pizza o giù di lì ... ma chi si aspettava tutto quel lavoro sotto terra?
Ed è per questo che vi dico che, tra le mete da considerare, la Tunnelbana è sicuramente qualcosa da aggiungere al planning di un giretto a Stoccolma.
Prendetevi il vostro tempo, giratela, cambiate fermata, scendete e risalite perché moltissime fermate (ok... non tutte sono opere di Design puro... ma lo sono moltissime) meritano di essere "visitate" e non solo "percorse".
Tunnelbana- Foto © 2012 Gianluca Vecchi

Ci sono quelle che sembrano giardini incantati, ci sono le case dei giganti, ci sono quelle ipermoderne e futuristiche, ci sono quelle tutte a mosaico e con i disegni sul soffitto.

Tunnelbana- Foto © 2012 Gianluca Vecchi


Costruire delle stazioni della metropolitana così "adornate" aiuta a portare l'arte, in ogni suo genere, nella quotidianità della gente.
Ok, ci sta che se si passa tutti i giorni per una data stazione forse l'arte presente in quel luogo entra in quel profondo concetto di ciecità cognitiva, ma ci sta anche che del blu intenso si rallegri un pochettino e che un gigante che regge il portone di una fermata ci ricordi che siamo stati bambini. E porti un po' della bellezza della fantasia dentro di noi.

Tunnelbana- Foto © 2012 Gianluca Vecchi

Quotidianità o semplice viaggio, la Tunnelbana resta davvero un bel posto che va visto, amato e ricordato.

Tornassi a Stoccolma ora, ci dedicherei un giorno intero.
Credemi.

mercoledì 23 maggio 2012

An Daingean: estremo Sud-Ovest

Viaggio in Irlanda

Succede poi che si capisce di amare quei posti conosciuti nell'antichità come Finisterre... là, dove la terra finisce e l'Oceano prende il sopravvento.
Da qualche parte l'amore per luoghi così borderline (come Aberdaron, ad esempio) deve nascere e per me è nato a Dingle. An Daingean, come dicono gli Irlandesi.
Proprio lì, su di una bicicletta... cadendo e sbucciandomi le ginocchia.
Arrivai a Dingle con il mio amico Hermano Michi perché avevo letto che la Penisola di Dingle, oltre alle Isole Aran, era la fucina informativa del Gaelico Irlandese.
In poche parole, chi voleva (anche tra gli irlandesi) imparare la lingua madre, faceva delle vacanze studio nella Penisola di Dingle dove, oltre che a paesaggi mozzafiato, erano presenti tantissimi ritrovamenti che confermavano l'ancestralità dell'Irlanda.
La penisola di Dingle viene spesso inserita negli itinerari di chi vuole vedere il Ring of Kerry.
Dicesi Ring of Kerry quel percorso nel Sud ovest irlanda dove il paesaggio è particolarmente bello.
E' probabilmente il Tourist trail più celebre d'Irlanda, con tutti gli annessi del caso.
Per arrivare a Dingle io mi fermai qualche ora a Tralee dove aspettai uno splendido pulmann della Bus Eirann. C'è da ricordare che le ferrovie non sono proprio un must sull'isola di smeraldo mentre gli autobus sono una soluzione molto astuta e sicuramente economica.
Il viaggio verso Dingle è uno spettacolo e sembra uscito dai migliori documentari sull'Irlanda.
Il nostro ostello si trovava un miglio circa fuori il paesino di Dingle.
Pulito, carino, ricavato da un vecchio maniero nella brughiera. Un'ottima scelta per calarsi in pieno in un'atmosfera da sogno.
Io e il mio amico Hermano Michi ci recammo in paese a piedi perché, a quel tempo, le bici si noleggiavano solo là.
Considerata la tipologia di territorio, una bella mountain bike è l'ideale per gironzolare nei dintori di Dingle per arrivare fino a Slea Head dove l'Oceano abbraccia la terra.
In paese ci dissero di recarci a casa di una signora che per poche sterline e senza nemmeno chiederci mezzo documento d'identità o di dati della carta di credito ci diede le bici, non prima però di averci dato la merenda.
La signora in questione aveva appena fatto una crostata a dir poco favolosa che, con un po' di tea di quelli buoni, diede il benventuo ufficiale ai nostri pancini giovani.
Pedalammo quel giorno e il tempo cambiò almeno sei volte in un pomeriggio.
Alla prima rotonda io ovviamente sbagliai verso della strada e tenni la destra.
Probabilmente in quel momento capii che dove le regole della strada sono britanniche, io non avrei mai guidato. E così è finora.
Usciti dal centro abitato mi sentii più self confindent ... infondo un campo è un campo. Destra e sinistra non importa.
Me ne andavo sballonzolante sulla mountain bike e i miei occhi già potevano vedere Slea Head quando scivolai e misi per terra un ginocchio.
Da piccola mi sarà successo mille volte di fare una cosa del genere e, a memoria mia, mai me ne sono lamentata.
E' l'eterna questione dell'ignoranza infantile: torni a casa contuso, tua madre ti chiede che ti sei fatto e tu non ti ricordi nemmeno dove avresti potuto prendere una botta.
Quando sei grande questo non succede. E il male lo senti perché ne sei più cosciente.
Ecco... io non credevo che sbucciarmi un ginocchio sarebbe stato tanto impattante.
I giorni successivi girammo come matti. Io con sta cosa rossa sul ginocchio.
Non caddi più e quando fu ora di riportare la bici alla signora, la signora in questione ci diede un'altra merenda e restammo lì a chiacchierare con lei.
Dingle mi è piaciuta molto per il suo essere sperduta e sferzata dal vento.
Ha dato il via ad un amore che non è ancora sazio di viaggi, ricerca, luoghi dove sentire battere il proprio cuore.



martedì 22 maggio 2012

Solo a Berlino... Il Punkabbestia ti controlla

Berliner U-Bahn
U-Bahn- Foto © 2012 Thorsten Frisch

Capita che un pomeriggio si sia a Berlino.
Ero proprio lì, con la mia migliore amica, a prendere la U-Bahn in quel di Postdamer Platz.
Io amo Postdamer Platz. Mi è capitato di passare una sera intera seduta su di una panchina ad ammirare il sony center, il pezzo di muro e l'architettura della piazza.
Restai immagata a dir poco.
Quella volta che ora sto raccontando, come ho detto, era pomeriggio.
La metropolitana è un qualcosa che mi piace, a meno che non sia quella di Milano. Quella la odio e mi fa sentire vulnerabile.
Le altre metropolitane in giro per il mondo no.
Nemmeno quella di New York alle 3 di notte presa all'altezza di Washington Heights in direzione Downtown.
Quel giorno a Berlino invece capii che dalla cara U-Bahn berlinese mi posso aspettare di tutto.
Vicino a noi, sulla banchina in attesa del convoglio, c'erano un gruppo di ragazzi italiani con il solito fare fastidioso e rumorosco degli italiani che non si sanno comportare in vacanza.
Quando assisto a scene del genere mi difendo cambiando idioma. In quell'istante divento tedesca e sfido chiunque a dire il contrario. Anche la mia migliore amica tenta la tedeschizzazione ma viene spesso scambiata per un'israeliana. E non ci spieghiamo come mai.
Anyway, il nostro trenino U-Bahn arrivò e salimmo tranquille trovando posto perché avevamo un po' di strada da fare.
Il gruppo rumoroso di italiani in vacanza non perdeva tempo a rumoreggiare anche in viaggio e i Berliner, più o meno autoctoni, si giravano a guardarli con occhio sprezzante.
Ma il peggio doveva ancora venire.
Il vagone si svuotò dopo un paio di fermate e uno di loro si mise a fare lo scimpanzé dondolandosi grazie agli appoggi per sorreggersi.
Stavo quasi per esplodere nel dir loro qualcosa ma mi trattenni.
E il fato mi fu amico.
In quel momento salì sul nostro vagone un punkabbestia in piena regola, con tanto di cane al seguito.
Alla prima impressione sembrava un passeggero come tutti noi e lì ci sbagliavamo.
Con molta calma e in tutta tranquillità si avvicinava alle persone mostrando un tesserino. Queste persone, da lui interpellate, sorridevano e mostravano a lui il biglietto per quella corsa in metro.
Arrivò il mio turno e feci come tutti. Sui mezzi pubblici in giro per il mondo non si va mai in "schwarz", come si dice in Germania. In Italia si ha la tentazione di farlo perché, diciamocelo, a volte non si arriva nemmeno all'obliteratrice da quanta gente c'è sul mezzo.
Ad aggiunta a ciò ci metto la bruttissima questione del fatto che il biglietto spesso lo si debba comprare a priori. Bisogna dirlo ... quando c'era il bigliettaio era tutto più semplice.
Anyway... il punkabbestia in questione altro non era che un controllore.
E come lui lo erano (e lo sono probabilmente) vecchiette insospettabili o chissà che persona. A Berlino, fare il controllore è un lavoro socialmente utile. Hai bisogno di soldi e sei disoccupato? Eccoti pronto un posto da controllare. Hai voglia di fare qualcosa per la tua città? Accomodati.
Poco dopo il mio turno di mostrare il biglietto al control-punkabbestia, fu il momento di quel gruppo di italiani non del tutto illuminati nella mente.
Si misero a ridacchiare verso il punkabbestia e lui, in un inglese perfetto, mantenne la calma e disse loro che era autorizzato a fare dei controlli.
Nessuno, e dico nessuno, di quegli italiani aveva un biglietto valido.
Detto, fatto. Alla fermata dopo il Punkabbestia scese, trascinandoseli dietro ... e loro, forse minacciati da quel pitbull amico del Punkabbestia ... che era sì un pitbull ma era tedesco, ligio e tranquillo nel suo atteggiamento. Scendemmo anche noi perché era la nostra fermata.
I tipi dovettero pagare la multa seduta stante.
Io mi limitai a tradurre loro il verbale ma, dentro di me, me la ridevo come non mai.

lunedì 21 maggio 2012

Sono un po' scossa


Sono un po' scossa perché ho passato dei giorni a casa e non mi succede spesso.
Sono un po' scossa perché sono stata tanto in pensiero per la mia mamma ma ora è passato.
Sono scossa perché ho sentito la stanchezza e sono crollata dal sonno.
Sono scossa perché ho creduto che la casa mi cadesse in testa sabato notte... e quel 4.04 mi resterà dentro un pochino tanto.
Sono scossa perché ci sono due super crepe in casa che mi preoccupano.
Sono scossa perché stanotte non ho dormito a casa mia.
Sono scossa perché ho voglia di pensare che la terrà continuerà a ballare e noi non la sentiremo.
Sono scossa per Brindisi. Sono scossa per i paesini vicino al mio che sono più scossi di me.
E per oggi va così.
Domani si torna a scrivere di viaggi, di cucina e di tante cose belle. Promesso.

sabato 19 maggio 2012

Dall'orto al piatto: la mia pasta al pesto

Jamie Oliver Food Revolution

Ok, io non solo ligure e non voglio appropriarmi di una super stella della cucina italiana, ma mi sento molto parente del pesto alla genovese. E su questo post attendo proprio un commento della genovesissima Miss Fletcher.
Quando ero piccola lo odiavo da matti, forse perché mio padre (è lui che fa la spesa e cucina in casa mia) si ostinava a prendere dei pesti pronti non del tutto freschi.
Poi è capitato che passassi molto tempo, quando avevo 19 anni, a casa di mio fratello ... che in Liguria ci vive proprio. Il suocero di mio fratello aveva un po' di terra e di basilico, in quell'orto, ce n'era moltissimo.
Lì ho cominciato a capire la differenza totale tra il pesto industriale e quello fatto con le proprie mani.
Manco a dirlo mi sono pazzamente innamorata del pesto fai da te che non ne ho saputo più fare a meno.
Se ho voglia di pesto, compro il basilico, pinoli, aglio e pecorino (di olio buono ne ho sempre a casa) e me lo faccio.
Mi metto lì col pestino e un recipiente apposito (ahimé non ho il mortaio in marmo ma prima o poi rimedio) e, tempo che si cuocia la pasta, il mio pesto è pronto.
E non c'è gara con nessuno di quelli comprati perché, solo nel toccare le foglie di basilico fresco, la casa si riempie di un profumo impareggiabile.
Piccola nota geografica: per il pesto alla genovese bisognerebbe usare il basilico genovese che è diverso da mille altre specie di basilico che ci sono nel nostro paese.
Non potendo reperire quello ligure D.O.P. mi appresto ad usare quello che cresce sul mio balcone magistralmente curato da Gian (e raccontato in un bel post di oggi).

Proprio come ho fatto l'altra sera, riuscendo a tirar fuori una cena buonissima in circa un quarto d'ora poco più. Se avessi dovuto pensare al fatto di prendere del pesto pronto al supermercato... beh... ci avrei messo più tempo.

Pesto della Giovy (così non mi approprio di una denominazione regionale che non ho):

  • almeno una quarantina di foglie di basilico fresco
  • un cucchiaio da cucina di pinoli
  • 3 cucchiai di pecorino (e se non l'avete va benissimo del Parmigiano)
  • Olio Extravergine d'oliva
  • 1 spicchio d'aglio
  • sale q.b.

Vi basterà lavare il basilico e pestarlo con aglio e pinoli.
Aggiungete un po' d'olio per pestarlo meglio e aggiungete a poco a poco il pecorino.
Mescolate con un cucchiaio aggiungendo l'olio fino a raggiungere la consistenza desiderata. A tal proposito, qui va molto a gusti.

Per quanto riguarda la pasta, mettete un paio di patate piccoline tagliate a cubetti nell'acqua e, se volete, anche una mangiata di fagiolini.
Le patate si cucineranno con la pasta e il loro amido aiuterà il sugo a legarsi con la pasta.
Non appena la pasta sarà pronta, scolate e mescolate al pesto.
Non vi resterà che mangiare.

Quello che, con questo post, vorrei dire... non è tanto il procedimento per fare il pesto.
Sono sicura che tutti voi lo sapete fare e magari l'avete anche già fatto.
Quello che mi preme comunicare è che è mille volte più sano un sughetto fatto con le nostre mani che quello che troviamo nel banco frigo al supermercato.
A volte, cucinare per conto nostro ci regala grande soddisfazione e può diventare un'attività rilassante al massimo.

Visto che questo blog, di norma, parla di viaggi e di mondi, racconterò di quella volta in Polonia.
Avevamo così tanta voglia di pesto ... io e i miei compagni di viaggio ... che ho viaggiato da Varsavia a Cracovia con un vasetto di basilico legato allo zaino.
Ne valse proprio la pena, se non altro per il profumo sparso per tutto il vagone del treno.

Pesto alla Genovese fatto in casa

venerdì 18 maggio 2012

Quando il tempo è poco, e la voglia pure

Jamie Oliver Food Revolution
Ci sono quelle sere in cui si torna a casa dal lavoro e il tempo per cucinare è quel che è e la voglia di farlo è essenzialmente sotto le scarpe.
Sono proprio quelle sere a farci scattare la voglia insana di dire (io per prima) "andiamo a prendere una pizza?" oppure "cinesino??"
Passi per la pizza ... che una margherita con mozzarella di bufala è una bontà divina ... ma per il resto, spesso, sarebbe meglio evitare. Anche per la salute essenziale del nostro portafoglio.
In quelle sere lì io cerco di far scattare la mia testolina. 
Apro il frigo e cerco di produrre qualcosa che, in primis, mi permetta di mangiare bene e che, in secondo luogo, mi permetta di non badare troppo alle pentole durante la preparazione e mi lasci godere la mia sana puntata giornaliera di Battlestar Galactica.
E' proprio quello che ci vuole: un cibo che va da solo mentre noi ci riposiamo.
Sembra fantascienza ma è realtà. Quello di cui vi racconto oggi sono le sane e santissime zuppe.
Che non fanno ospedale ma sono colorate, buone e piene di gusto.
Ero a Beaumaris, l'anno scorso, ed era una sera piovosissima.
Io e Gian ci siamo rifugiati in un posticino verso il molo. Il nostro unico intento era di riempire il pancino con qualcosa di caldo. E fu così che facemmo un incontro inaspettato.

Zuppa di Pomodori e Carote (molto spicy, se volete)

Vi serve quanto segue (per 4 persone):

  • 2 pomodori "cuore di bue" di media grandezza
  • una cipolla bianca
  • 4 carote
  • sale e pepe q.b.
  • se volete ... un bel po' di curry
Come potete notare dagli ingredienti, questa zuppa potrebbe essere una di quelle cose da fare quando il frigo si sente triste, solo, vuoto e desolato
La preparazione è semplicissima e non vi porterà via più di 5 minuti. E dico davvero 5 minuti.
Tagliate tutta la verdura a pezzettoni e mettetela in una casseruola capiente.
Aggiungete acqua fredda fino a coprire per bene tutta la verdura.
Mettete sul fuoco e lasciate andare per circa mezz'oretta.
In quella mezz'ora vi fate la doccia, l'aperitivo, vi riposate o fate quello che volete.
Dopo mezz'ora controllate che la verdura sia ben lessata (provate a schiacciare una carota con una forchetta). Prendete il vostro frullatore ad immersione e tritate tutto senza pietà.
Ne risulterà una crema pomodorosa molto profumata.
Aggiustate di sale e pepe e, se volete, aggiungete del curry per renderla più gustosa e piccante.

A piacere potete aggiungere anche qualche foglia di basilico.

Questa zuppa è ottima calda ma fredda è buonissima.
E' una perfetta proposta per quando non avete voglia di cucinare ma la voglia di mangiare bene vi tiene ancorati alla nostra sana verdurina.

Se non vi vanno Pomodori e Carote, potete effettuare lo stesso procedimento, tralasciando la cipolla, con porri e patate. Risulterà una zuppa un po' più farinosa e densa.
Ottima e perfetta per l'autunno è quella fatta con la zucca, le patate e le cipolle. Un po' dolcina e per questo può essere nuovamente bilanciata con il curry.

mercoledì 16 maggio 2012

Pranzo domenicale home made in 45 minuti


Allora ... ci siamo. Ecco una riccettina buona e liffa e totally natural.
Capita che ci siano domeniche come quella appena passata e capita che il morale non sia il massimo e cucinare aiuta. Almeno me.
Capita anche di avere 5 Kg di patate da finire sicché, cosa c'è di meglio di un piatto di gnocchi?
Lessi una volta da qualche parte che gli gnocchi sono più bassi di calorie rispetto alla pasta.
Ma di questo poco importa.
Ciò che importa è che gli gnocchi fatti in casa sono buoni, gustosi, riempiono il pancino e donano il sorriso.
Gli gnocchi home made sono una bellissima attività da fare se avete dei bimbi.
Io ho imparato dalla mia nonna... e mi divertivo da matti farli con lei.

First of all, bollite le patate. Io conto sempre una patata medio-grande per persona.
Mi scuso fin da ora per le dosi ma io, come la mia nonna, vado ad occhio ma mi sforzerò per darvi un'indicazione sommaria.
Una volta bollite le patate, schiacciatele e mescolatele con un uovo, del sale e del pepe.
Mescolate tutto per bene fino a far sembrare il tutto quasi un purè e poi cominciate ad aggiungere la farina.
Io vado a manciate: comincio con una e vado avanti finché l'impasto mi sembra malleabile.




Cercate di raggiungere una consistenza tra il malleabile e l'appena appena "forse ho messo troppa farina".
Una volta fatto questo, cominciate a fare dei serpentelli di impasto per poi tagliarli della grandezza che più vi aggrada. E in questo i bimbi sono maestri.

Lasciate riposare gli gnocchi almeno un'oretta prima di buttarli in abbondate acqua salata.

Nel frattempo... creaiamo un sughetto super buono.
Soffriggette con quello che più vi piace uno spicchio di aglio fresco.

Nel frattempo tagliate i pomodorini datterini a metà e "smembrate" con le mani un paio di salsicce.
Badate bene... salsicce a Km 0 e prese dal macellaio.
Buttate nel soffritto tutto... salsicchia e pomodorini... aggiustate di sale e pepe (occhio alla salsiccia, assaggiatela prima!) e lasciate cucinare a fuoco vivo per 5 minuti.
I pomodori rilasceranno la loro bella polpa e acqua ... in quel momento coprite e lasciate andare a fuoco lento per almeno un quarto d'ora.
Nel frattempo fate bollire l'acqua e salatela.
Meglio usare una pentola bella grande: gli gnocchi devono nuotare (come in generale la pasta fresca).
Poco prima di buttare gli gnocchi nell'acqua, togliete l'aglio dal sugo e lasciate andare il sugo senza coperchio in modo che addensi un po'.
Gli gnocchi ci mettono meno di un minuto a venire a galla. Toglieteli dall'acqua con una schiumarola e buttateli direttamente nel sugo.
Infine spadellate e aggiungete del gran parmigiano.


Avrete composto un piatto home made pieno di gusto, cose buone e, essenzialmente veloce.
Io domenica non c'ho messo più di 45 minuti a fare tutto.
Ok, 45 minuti non sono pochi ma avete comunque il tempo di star fuori fino a mezzogiorno a bere aperitivi e riuscirete comunque ad essere a tavola per l'una.
Potete lessare le patate il giorno prima e fare gli gnocchi freschi il giorno stesso del pranzo!


Ingredienti usati: 
  • 3 Patate medio grandi
  • circa 250 gr di farina di grano duro
  • sale e pepe q.b.
  • 1 uovo
  • base per il soffritto a piacere
  • 500 gr almeno di pomodorini datterini
  • 2 salsicce non speziateù
  • parmigianoa piacere 
Vi ricordo l'evento di sabato e sotto con le vostre ricette! Le aspetto!! 

martedì 15 maggio 2012

Impetuosa e cristallina: Val Verzasca

Escursione in Val Verzasca (Svizzera)
Il colore del torrente- Foto © 2012 Giovy

Questi giorni in cui ho l'anima, la speranza e l'umore che vanno in altalena mi fanno pensare ad un luogo che mi è subito sembrato affine e che ora mi manca un po'.
Più che altro mi manca il fatto di averlo vicino.
Sto parlando di una valle stretta ed impetuosa, scavata da un torrente che regala colori e sensazioni bellissime.
Questo posto non esiste solo nei miei sogni ma è reale e si chiama Val Verzasca.
I primi tempi in cui vivevo in Svizzera sentivo i miei colleghi parlare dei loro week end passati al fiume.
Ed io mi chiedevo dove fosse questo fiume perché attorno o vicino a me vedevo solo il lago di Lugano.
Poi scoprii che i fiumi erano due e due le valle da cui provenivano: Verzasca e Maggia.
Questi due torrenti si versavano poi nel Lago Maggiore all'altezza di Locarno.
Era un pomeriggio di fine luglio e, malgrado fossimo in Svizzera, in caldo primeggiava.
Con alcuni amici abbiamo preso su armi e bagagli e, armati di scarponi e costume, raggiungemmo la Valle Verzasca.
Una delle cose che poche persone considerano è che i fiumi e certi torrenti sono mille volte più pericolosi dell'oceano dove ci sono le onde alte 4 metri.
La Val Verzasca è uno di quei luoghi tanto che, da maggio a settembre, si vedo spesso in giro per la Svizzera cartelli che dicono, in almeno 4 lingue, "così bello e così pericoloso".
Non ci potrebbe essere slogan più scontato ma azzeccato per descrivere l'impeto e il carattere di quella valle.
Le "pozze" acqua sono spesso profondissime tanto che, in valle, c'è un gruppo Sub che accompagna gli appassionati ad immergersi nel torrente.
L'immersione in torrente dev'essere qualcosa di spettacolare perché quelle acque cristalline saranno custodi di chissà che opera d'arte fatta dall'acqua in tanti secoli di scorrimento ma bisogna sempre considerare che l'acqua non supera mai il 15° di temperatura.
Spesso leggevo sui quotidiani svizzeri di gente annegata in mezzo metro d'acqua.
Quando misi per la prima volta i piedi dentro al torrente Verzasca ne capii il perché.
Lo sbalzo termico tra la propria pelle scaldata dal sole e la temperatura dell'acqua è micidiale.
Oddio, le vene delle gambe ringraziano per millenni dopo aver camminato un po' dentro al torrente ma vi esorto a farlo in tutta sicurezza.
Passare una domenica sulle rive del torrente lasciandosi cullare da quel rumore splendido di acqua impetuosa e camminando qua e là in mezzo ad abeti e larici è sicuramente un'esperienza interessante.
Nei paesini della Valle Verzasca si cerca costantemente di non far morire un certo tipo  di svizzera direi quasi ancestrale e totalmente legata alla terra e a quelle pareti scoscese tipiche delle valli alpine.
La valle è di poco distante dalla super stilosissima Locarno eppure sembra di stare in un altro mondo, fatta della stessa sostanza di quella roccia scavata dall'acqua per millenni. E chissà quanti millenni ancora.
Sabato scorso era molto caldo ed io pensavo priprio alla Val Verzasca e a quella quiete che trovai quel giorno, rimandendo quasi incredula e stupefatta.
Ci sono luoghi che andrebbero visti in solitudine e riflessione: questa valle per me è uno di quelli.

Val Verzasca
La roccia scavata dall'acqua- Foto © 2012 Giovy

lunedì 14 maggio 2012

My heart is not here...


C'era Robert Burns che ben cantava la lontananza dalle Highlands e che ben diceva quando il suo cuore fosse là in quel momento.
My heart is in the Highlands, my heart is not here...
Mi ripeto a loop questa poesia in moltissime occasioni, soprattutto quando sono in viaggio e c'è qualche luogo che mi prende il cuore.
Nel momento in cui metto il piede giù dall'aereo che mi ha portato a casa... ecco che le parole di Robert Burns risuonano dentro di me nella mia versione.
Ed è così che Highlands diventa Wales, che Wales diventa Aberdaron, Caernarfon o mille altri luoghi che popolano il puzzle della mia anima.
Ci sono proprio giorni in cui, per quanto ci si sforzi, il cuore continua a svolazzare in giro e si disperde, proprio come faceva l'ombra biricchina di Peter Pan.
Oggi il mio cuore torna e resta in quel luogo che mi ha vista nascere, crescere e che mi ha vista andar via.
Torna lì perché la mia linea prende il via lì.
Ed è chi ha dato il via alla mia vita che oggi prende tutti i miei pensieri.
A volte si pensa al luogo da cui si è venuti via dicendosi quando si è fatto bene ad andarsene.
Io me lo dico sempre ma c'è perpetuamente un'immagine che, ogni volta che vado a trovare i miei e sto partendo per tornare, mi stringe il cuore.
All'altezza di una tal rotonda, proprio mentre lascio quel paesello, dallo specchietto retrovisore vedo le mie montagne e vedo quelle colline che mi hanno insegnato a camminare.
Vedo quei luoghi dove ho imparato a viaggiare, con i piedi dentro le pozzanghere.
Giorni fa ho trovato questa foto, scattata dal mio amico Hermano Andre.
L'ho subito salvata perché racchiude quel momento in cui io adoro il posto dove sono cresciuta.
Quel momento in cui la valle è verdissima e il cielo è tutto un susseguirsi di nuvole bianche su di uno sfondo azzurrissimo.
Quel momento in cui le montagne non si nascondono.
Il mio cuore oggi è là e chissà quanto vi ci resterà.
E come ho pensato ieri, che la forza sia con te e tu sempre con me, Mamma.

venerdì 11 maggio 2012

Aste Nagusia: e sai che cosa festeggi

Festeggiare l'Aste Nagusia a Bilbao
La Vecchiaccia- Foto © 2012 Giovy

Quando arrivai a Bilbao quel giorno di un lontano Agosto, mi sono goduta pienamente il Guggenheim e ho amato il continuo alternarsi tra cieli azzurri e nuvoloni tendenti al nero, cosa tipica del cielo in prossimità dell'oceano Atlantico.
Metereologicamente parlando, Bilbao si avvicina molto di più a Londra che a Madrid. E anche in questo si sottolinea la grande differenza tra Baschi e Spagnoli.
Se ben ricordate, un tot di post fa, vi dicevo che a Granada avevo avuto l'occasione di partecipare alle varie Sagre che si tengono in occasione del ferragosto.
La Spagna è molto cattolica e, come in molte zone della nostra Italia, Ferragosto non è la festa del Gavettone bensì una celebrazione religiosa dedicata a Maria.
Anche in questo i Baschi si distinguono.
Mentre tutta la Spagna è impegnata con la religione, loro lo sono con l'Aste Nagusia.
Aste Nagusia, ovvero Semana Grande, festeggiamenti a go-go nati probabilmente dall'unione simbiotica di feste religiose e leggende popolari delle zone Basche.
Narra infatti una storia della quale Bilbao è intrisa che una vecchia signora, brutta, cattiva, arcigna, insopportabile e chi più ne ha più ne metta si fosse, in qualche modo, impossessata della città. Tale brutta vecchiaccia era conosciuta col nome di Marijaia.
Per come me l'hanno raccontata (non ho trovato info che comprovassero la cosa) gli abitanti di Bilbao cercarono di scacciare questa stregaccia e il male che si portava dietro per una settimana. Poi ci riuscirono e la città fu salva.
In memoria di questa leggenda, la Marijaja viene bruciata alla fine dell'Aste Nagusia in segno di rinnovamento.
Mettetela come volete, l'Aste Nagusia è davvero un modo per far festa e stare allegri.
Lungo la zona che si trova sulle rive del fiume, vengono allestiti stand su stand dove si vende da mangiare (molto), da bere (ancora di più) e il tutto a dei buonissimi prezzi.
Una cosa che non manca mai all'Aste Nagusia di Bilbao è il camioncino che vende i panini col chorizo al sidro e delle fantastiche pinte di sidro.
La buonissima bevenda fatta con le mele è propria anche della tradizione Basca e spesso è più comune vedere un basco con una pinta di sidro piuttosto che con della birra e tanto meno con del vino.
Io vi avverto: il panino col chorizo al sidro crea dipendenza assoluta da quella meravigliosa bontà.
La sottoscritta che vi sta raccontando queste cose ogni tanto se lo compra un buon sidro (e poi adesso che arriva il caldo è altamente suggerito) e ci cucina a volte dentro un pezzettino di salsiccia per assaggiarlo col pane.
La nostalgia creata da quel gusto è così grande che tornerei a Bilbao anche oggi.
Panini e gastronomia a parte, una delle cose che mi chiedevo quel giorno passando di stand in stand era per che cosa raccogliessero fondi quegli stand.
Già ... perché è molto chiaro fin dall'inizio del tour tra gli stand che ognuno di loro è lì per un motivo e ognuno di loro fa parte di qualche associazione locale.
Per capire a chi stessi dando i miei sudati eurini dovetti impossessarmi di un libretto che indicava tutti gli stand e tutte le celebrazioni di quei giorni.
Mi sentii un po' stranita quando capii che il mio stand preferito era quello di un'associazione che si occupava del sostentamento delle famiglie dei militanti politici baschi in carcere.
Quello di fianco si occupava della diffusione della lingua basca, quello dopo ancora si occupava del supporto legale dei baschi in carcere.
Insomma... se alle nostre sagre troviamo lo stand della squadra di calcio di nostro nipote o quello degli scout locali, a Bilbao bisogna mettere in conto che l'Aste Nagusia ruota attorno alla "baschità" della città e della sua gente.
E quando disco baschità non voglio dire ETA. Voglio parlare di un sentimento che già vidi in pieno a Gasteiz che va ben oltre al semplice dire "io sono nato qui".
Si può arrivare all'Aste Nagusia di Bilbao per caso ma si andrà via sempre con un pezzo in più di quella magnifica città nel cuore.
Si andrà via portando con se quel senso di appartenenza tutto particola che hanno solo quei popoli che, sulla carta politica, non possiedono Stati riconosciuti.

Il Bellissimo cielo di Bilbao Foto © 2012 Giovy

giovedì 10 maggio 2012

Minuscolo e misterioso: Il Liechtenstein


Già, il Liechtenstein non esiste solo come puntino minuscolo sulle carte geografiche.
Io ci volli andare, giusto così per dire che c'ero stata.
La strada per raggiungerlo mi sorprese e ve lo racconto su NonSoloTuristi.it
Stay Tuned!

mercoledì 9 maggio 2012

Quando York era Jorvik

Jorvik York

C'è questa cosa che mi sembra di aver capito del popolo britannico e anche di quelli di origine celtica in genere: odiano le invasioni. Di qualsiasi tipo.
Ne parlavo già nel mio post su Boudicca e giorni fa ci pensavo dopo aver letto un tweet del mitico Neil Oliver che raccontava di aver appena finito di girare The Vikings per la BBC.
Mannaggia  a me e al fatto che non vivo in Uk per gustarmi Neil Oliver ogni qualvolta volessi!
Le vicende britanniche degli anni ante mille sono amplificate agli occhi di un attento visitatore quando questi giunge a York.
La storia Inglese è amplificata all'ennesima potenza nella città di York e lo è per miliardi di motivi.
Quelli che hanno coinvolto il mio cuoricino viaggiatore sono essenzialmente tre: il Minster ... ovvero la cattedrale più grande d'Inghilterra, in piedi viva e vegeta dal 1200 circa.
In secondo luogo Riccardo III e le vicende della Guerra delle due Rose già appassionanti a livello storico e rese perfette dal Genio di Shakespeare nella tragedia che porta proprio il nome di Riccardo.
E volete mettere scendere dal treno a York dicendo Now is the winter of our discontent, made glorious summer by this sun of York?
Soddisfazione massima e massima intesa col luogo.
Il terzo motivo riguarda un'invasione: la seconda più potente e violenta conosciuta dalle isole britanniche. In primis furono i Romani, in secondo luogo i Vichinghi.
Arrivarono come saette intorno all'860 d.C. e approdarono senza pietà sulle coste Nord-Orientali dell'Isola in quel luogo chiamato Lindisfarne, dove dei tranquilli fraticelli vivevano la loro vita in preghiera.
Arrivarono i biondissimi uomini del Nord (con molta probabilità dalla Danimarca) e cominciarono a fare razzia di terre e soprattutto di beni.
La loro marcia li portò fino a quello che oggi è il North Yorkshire.
Lì si fermarono e fondarono la loro città più importante: Jorvik ... che molti anni dopo divenne York.
Che una certa parte dell'Inghilterra avesse origini o strascorsi vichinghi è cosa risaputa e lo si nota anche da parole comuni come Sky o da toponimi con Whitby che di certo non sono di origine sassone, celtica o latina.
Manufatti e ritrovamenti importanti sono reperibili in tutta l'Inghilterra ma soprattutto lì, a Nord Est.
Nei tempi antichi esisteva il Danelaw, ovvero il distretto dominato dai Vichingi.
Un bel giorno tra la fine degli anni '70 e l'inzio degli '80, a York, si decise di ripavimentare una zona del centro conosciuta e denominata come Coppergate.
Dal vichingo (e attuale svedese) gatan ... la parola Gate a York non vuol dire cancello o porta ma via.
I lavori procedevano tranquilli ma un giorno si cominciò a scavare in una zona dalla quale saltavano fuori manufatti antichi come se piovesse. Arrivarono gli archeologi e continuarolo lo scavo, ritrovando con loro immensa gioia, le fondamenta e le strutture della antica Jorvik.
Trovarono monete, vestiti, spade, resti di casa, utensili e ogni genere di cosa che la terra aveva conservato fino a quel momento. Addirittura riportarono alla luce ampolle con dentro unguenti ed idromele e riuscirono così ad avere un "archivio" di odori della Jorvik vichinga.
Coppergate fu poi ripavimentata e la vita della moderna York continuò.
Tutto quello che fu trovato diede vita al museo di Jorvik, che si trova proprio in Coppergate e dove vi consiglio fortemente di andare se passate di là.
Prima regola di Jorvik: prenotare sempre per entrare a Jorvik. La fila è un qualcosa di perenne, il luogo non è immenso e si riempie in fretta.
Seconda regola di Jorvik: stupitevi e lasciatevi trasportare dal viaggio che vi proporrano. Dove viaggio è la parola giusta.
Terza regola di Jorvik: capitene la grandezza e pensare di essere davanti ad un pezzo di Inghilterra che solo lì potrete vedere.
Mentre ero in fila per entrare e prima che un ragazzino vestito da Vichingo mi chiedesse se avevo la prenotazione per poi portarmi dentro direttamente saltando la fila, un gruppo di Italiani dietro di me continuava a dire che Jorvik era una cavolata per bimbi.
Ecco, loro non sanno che cosa si sono persi.
Dentro a Jorvik un bimbo può viaggiare con la fantasia e sentirsi l'eredi di chissà che dinastia nordica.
Un adulto può vivere la Storia fuori da un libro, sentendo realmente odori e profumi, captando idiomi che poi si sarebbero trasformati in una lingua moderna, capendo inoltre che certe invasioni fanno male ma poi lasciano qualcosa di buono.

martedì 8 maggio 2012

L'odiosa attitudine di alcuni passeggeri

Volare Viaggiare

Se c'è una cosa che è più difficile di un terno al lotto è capire chi saranno i tuoi "compagni d'aereo" una volta che le porte del velivolo saranno armate e chiuse ermeticamente.
Non so voi, ma io, soprattutto per i viaggi che superano le 6 ore, mi avvio al gate con un po' di mistero nel cuore. Dentro di me viaggia a mille all'ora la frase "riuscirò a fare un volo tranquillo come dico io?".
Già ... perché, anche se ora puoi cominciare a sceglierti su Facebook il tuo compagno di volo, è proprio difficile capire come si comporteranno i bimbi che, irrimediabilmente ci sono, oppure le laute e grandi compagnie di amici.
Diciamocelo qui: quando ero piccolina e cominciavo a volare, i miei mi raccontarono che in aereo si andava vestiti bene. L'aereo era infondo un mezzo di trasporto un po' elitario ed era più facile trovare ragazzi giovani che giravano l'Europa in treno piuttosto che con Santa Compagnia Low Cost.
Ora le cose sono ben diverse ed io sono la prima a non vestirmi più "da festa" quando prendo il volo.
E grazie al cielo!!
Il mio primo viaggio verso gli USA l'ho fatto con dei bermuda che tutto erano tranne che pratici.
L'ultimo l'ho fatto in tuta da ginnastica. Molto, ma molto meglio del primo viaggio.
Una delle cose che più mi getta nel terrore è quando mi reco al gate e vedo i bambini.
Non me ne vogliano le madri: è bellissimo che i bimbi girino il mondo ed è più che giusto che lo facciano.
Devo però imparare che in aeroporto e sull'aereo si può giocare senza dare fastidio alle 100 persone attorno a loro. Non ce l'ho con i pargoli ma con i genitori.
Se, quando mi trovavo fuori casa, mi osavo correre e dare fastidio, a casa ne sentivo di cotte di crude e sarei stata messa in castigo. Non so come si proninci la Tata Lucia a riguardo, ma è opinione comune (ahimé) che i bimbi italiani non siano il massimo dell'educazione in viaggio.
Ma i bimbi sono gioie della vita e si sopportano, fino a quando non mi camminano sullo zaino e non si girano a dire scusa. In quel momento divento una bestia.
Ciò che però mi imbestialisce al primo secondo di contatto sono le compagnie di persone che si recano in qualche bel posto perché vogliono fare una trombovacanza.
Premesso che non è della loro morale che voglio discutere (anche se ce ne sarebbe da dire), una volta mi trovavo a Malpensa in procinto di partire per Cuba per la terza volta.
Ero da sola, piena di voglia di approdaere sull'Isola per sentire il Caribe battermi nel cuore.
Ci andavo per studio-viaggio sicché i miei intenti erano più che tranquilli, come quelli delle persone che scelgono di vivere la spiaggia al 100% (anche se non sanno che si perdono nel non uscire dal villaggio).
Proprio vicino a me, sulle poltroncine in prossimità del gate, c'erano degli uomini intorno ai 40/43 anni.
Tutti molto fanfaroni e farfalloni già dall'atteggiamento da aeroporto: bermuda firmatissimo, scarpe di quella marca che sembra la parola Praga, polo ovviamente col colletto alzato, marsupio ben in vista e occhiali da sole che valgono quanto una settimana di vacanza.
Il tipo che, quando approdi in Sud America o giù di lì, ti rapinano solo con lo sguardo. E fanno bene.
Ero già girata dal loro atteggiamento del tipo "tavolo in discoteca tutte le sere e bottiglia di champagnino" ma dicevo a me stessa che il mondo è bello perché è vario anche se a volte tente all'avariato.
Stai tranquilla Giovy, di viaggiatori e turisti diversi è pieno il mondo e tu devi tollerarli.
Questo mantra viaggiava dentro a me mentre tenevo d'occhio che i bimbi presenti non mi pestassero zaino e diario.
Questo mantra mi viaggiava dentro ma venne improvvisamente interrotto quando i tipi in questione millantavano immense avventure sessuali per la sera stessa, non appena arrivati in albergo.
Venni salvata, o forse vennero salvati loro dalla mia ira, dall'hostess che aprì il gate.
Avanzavo verso il 747 che mi avrebbe portata a Cuba con la speranza di disperderli nella grandezza di quell'aereo.
Ma invece no.... la legge di Murphy è con me ... e questi dov'erano???
Nei quattro posti della fila davanti a me... pronti a continuare i loro discorsi non curanti di chi li poteva ascoltare.
Una ragazza cubana sedeva di fianco a me e potevo vederla diventare verde dalla rabbia e dallo schifo di ciò che sentivano le sue orecchie e le mie.
Allora oggi mi chiedo se, tra le regole di comportamento di quando si viaggia in aereo, ci potesse essere quella di non parlare a sproposito o, almeno, di doverlo fare a bassa voce o passandosi dei bigliettini come a scuola.
Cercai di tornare nel mio mood da viaggio, pensavo a quando avevo aspettato quella partenza, a quanto volevo già essere là. Mi sintonizzai perfino sui pianti dei bimbi per non sentire quelli... perché nemmeno la musica assopiva quelle parole e quelle risate idiote.
La ragazza cubana mi guardò di nuovo perché notò in me lo stesso schifo che vidi io addosso a lei.
Scrollammo entrambe la testa come per disapprovare il tutto silenziosamente.
Lei poi prese la parola e mi disse: "Tranquilla, ci pensa Cuba a metterli a posto quelli ... poi non ridono più".

lunedì 7 maggio 2012

Food Revolution Day: cosa mi dite?


Come dicevamo qualche giorno fa, io e Gian siamo ambasciatori (che parolona) per il Food Revolution Day.

Tra il 17 e il 19 Maggio posteremo un tot di cose relative alla autocoltivazione su terrazzi piccolini (ma ben esposti!), sulla felicità di veder crescere le proprie piantine, sulla praticità di aver bisogno di prezzemolo e trovarlo sul balcone.
Oltre a ciò racconteremo qualche ricetta sfiziosa, liffa (piena di gusto) e facilmente affrontabile in giorni in cui il vostro capo vi ha calpestato la testa e qualcos'altro per ore e ore o in giorni in cui i vostri figli si dondolano alle parti più doloranti della vostra vita creandovi scompensi universali.
Hai 8 kg di bucato sta stendere? Niente male... ma una cena home made è sempre meglio che quei saltellanti sacchettini che escono dal freezer.
Alzo la mano e lo ammetto... anch'io a volte cedo alla velocità di un pasto pronto... ma, non so voi, io dopo ho gli incubi.

Sicché, siccome so che siete delle gran belle persone (li sentite i violini?) volevo chiedervi se vi va di aiutarci.

Cucinate qualcosa di vostro e totalmente vostro... magari anche ben radicato nella tradizione della vostra famiglia o del luogo dove vivete. Badate bene, dev'essere sano ma non dietetico. Non è di regimi dimagranti che parliamo bensì dell'importanza di recuperare la genuinità del cibo fatto con le proprie mani in modo da insegnare che il puré non nasce sullo scaffale di un supermercato e per far capire che la pizza fatta in casa è regina mentre quelle surgelate sono un niente.
E' fondamentale che non usiate niente di già elaborato come, ad esempio, la pastasfoglia che si trova in rotolini al supermercato. Non vi chiedo di fare la pasta all'uovo (per quella ci pensiamo io e Gian in prossimità del 19/05) ma cercate di partire dalla materia prima e trasformatela voi.
La soddisfazione e la genuinità sono garantite.

Appuntatevi ingredienti  e procedimenti.
Scattate delle foto delle varie fasi.
E poi? Beh... poi mi mandate tutto alla mail giovysvizzera [at] gmail [dot] com.
Aggiungerò alcune delle vostre opere alle ricette che posterò per il Food Revoution Day.

Il nostro è nato per essere un blogging event ma se vi andasse di cucinare con noi... questo è l'evento che abbiamo creato!

Siete pronti a creare qualcosa di buonissimo? Dai dai ... lo so che sapete cucinare!
E per qualsiasi consiglio su orti, verdure home made e dintorni ... chiedete a Gian.

venerdì 4 maggio 2012

L'indispensabile Dispensary

Pub Liverpool

Ecco un posto che non troverete mai sulle guide... italiane.
Perché su quelle Inglesi il Dispensary di Liverpool c'è. E c'è soprattutto sulla Guida della CAMRA relativa alla zona del Merseyside.
Una webpage imperdibile se volete gustarvi la vera Liverpool è quella relativa a due pub walks del centro città.
E' davvero un qualcosa che anche nella fornitissima Lonely Planet manca.
Quando andai al Dispensary la prima volta era il finire del 2007 ed ero a Liverpool per la prima volta e con la mia migliore amica.
Eravamo andare a mangiare in un ristorante greco lì vicino e, arse da kili del tzatziki, decidemmo che quella sera di Dicembre saremmo andate a gustarci una buona birra al pub.
Entrammo proprio lì e ci sembrò un po' un postaccio ma talmente genuino e british all'ennesima potenza da conquistarci subito. Quello che mi piacque nell'immediato fu proprio il fatto che non fosse un posto turistico ma uno di quei luoghi dove i liverpoolian vanno a rilassarsi dopo una giornata di lavoro.
Passarono degli anni e il Dispensary restò lì.
Approdai nel Merseyside con Gian e volli portarlo a vedere le rovine della St.Luke Church che sono proprio lì davanti. Quel posto, la chiesa intendo, merita davvero una visita e un post, perché racchiude una bella storia che vale la pena di raccontare.
Una voltà lì, occorre solo attraversare la strada per trovare il Dispensary e il passo fu subito fatto.
Una volta entrati prendemmo la nostra Real Ale e poi ci accomodammo in uno dei tavoli di legno non distanti dal bancone.
Davanti a noi gli ingredienti di un pub perfetto: odore misto tra legno, polvere e malti vari, un publican un po' ruspio e non del tutto open, vecchietti in solitaria con la loro birra e una copia di The Sun ed infini il canale dello sport perennemente sintonizzato, ma senza volume.
Mi piace quest'accortezza di alcuni pub. Lo sport è presente ma non è invadente.
Spesso non se ne sente nemmeno la presenza.
Quel giorno con Gian non ricordo che birra bevemmo ma ricordo cosa bevemmo l'anno scorso, nel nostro consueto giro in quel pub.
E' questa una delle cose che amo del mio rapporto con Liverpool, un qualcosa che curo come un'amizia importante e rara.
A Liverpool comincio ad avere i miei luoghi ... quelli nei quali mi sento a casa ed è una sensazione bellissima.
Mentre scrivo questo post sto ascoltando Life on Mars di Bowie e sto pensando che ci sta proprio bene come orginal sountrack per il Dispensary.
Come scrivevo poco fa, io e Gian ci dissetammo con una birra chiama Mark's Mild che è la perfetta scelta per degustare qualcosa di buono e fresco nella seconda parte di un pomeriggio.
Lo scrissi già in passato: dietro alla buona birra non ci sono festini con adolescenti vomitanti o chissà che ferragosto passato in spiaggia. Dietro la buona birra ci sono conoscenza e sapienza, tante quante ne servono per produrre dell'ottimo vino e questo in Inghilterra lo sanno.
Infatti fanno la birra e non il vino.
La Mark's Mild è una Dark Ale prodotta da Derwent Brewery, un birrificio del North West England.
E', come dice il nome stesso, una mild ... quindi è morbida e vellutata, a bassa gradazione e molto dissetante.

Era proprio l'ingrediente perfetto per un pomeriggio a Liverpool, d'estate, quando il vento è impetuoso e continua a pulire il cielo. Ed è per questo che per me il Dispensary è indispensabile per completare il quadro di una città che mi ha stregato il cuore.
Ora il mio iTunes si sta concentrando su All Across The Universe dei Beatles.
Non potevo chiedere di meglio.
Nothing's goona change my world.
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