venerdì 29 giugno 2012

Quel Green Man nascosto a York

York Inghilterra

Succedono cose strane quando si è in giro per York.
Figuriamoci dentro al Minster!
Il Minster... perdonatemi il gioco di parole alquanto basso ... è Mister York, ovvero la Star, ovvero the must.
Ti si prospetta davanti quando esci dalla stazione quasi volesse farti capire subito chi comanda, con tutta quella magnificenza, prestanza e cotanta altezza.
Il Minster di York è un qualcosa che, da solo, vale il viaggio verso lo Yorkshire, ci volessero anche miliardi di ore di treno o chissà che viaggio fatto con tutti i mezzi.
Ma, dentro quella chiesa, succedono cose strane ... soprattutto incontri strani come tante teste coronate venute dal passato, come le bandiere di chissà quanti reggimenti britannici.
Non è di questo che mi preme scrivere oggi.
Ma ve ne parlerò, promesso.
Un paio di giorni fa mi è capitato sott'occhio il fatto che in Galles si terrà il Green Man Festival, un momento rock di tutto rispetto.
Le mie sinapsi si sono subito messe in moto e mi sono ricordata proprio della visita che io Gian abbiamo fatto a York.
Sono stati due giorni molto intensi e noi eravamo già stanchissimi in partenza perché arrivati da un anno di lavoro abbastanza massacrante.
Ci addentrammo nel Minster con l'idea di salire anche su uno dei torrioni principali.
Il biglietto del Minster, infatti, vi si presenterà sotto due tipologie: solo la cattedrale o la cattedrale più la torre.
La voglia c'era ... ma le gambe non reggevano tutti quei gradini quel giorno.
Il biglietto non costa poco, parliamo di circa 14£ ma sappiate fin da ora che l'entrata che comprate dura un anno. Indi per cui ... non buttate via lo scontrino!!!
Io e Gian ci aggiravamo per quella cattedrale con mille sentimenti nel cuore.
La stanchezza ci portò a sederci per un po' vicino alla cappella dedicata ai reggimenti militari.
Lì c'era meno gente, ce ne stavamo un po' in disparte.
Non appena ritrovate le forze, ci avviammo verso la Chapter House, unica parte circolare e, a mio avviso molto mistica, della cattedrale.
Entrando verso la Chapter House butto l'occhio su di una collonna. Era adornata da un Green Man.
I miei occhi si spalancarono per lo stupore e furono seguiti, di lì a poco, da quelli di Gian quando gli feci notare la decorazione.
Ecco qualcosa che ho scoperto in England e che amo dei luoghi di culto inglese: la loro commistione di credenze, culti, importanza e importanze.
Dentro c'è molto di sacro, molto di profano, credenze antiche che di perdono nel profano eppure coesistono con una religiosità importante e marcata.
Il Green Man arriva da ancestrali culti celtici e si perde davvero nell'epoca più profana delle isole britanniche.
Simboleggia la natura e la sua unione con l'umano, unione che dovrebbe essere totalmente simbiotica, perfetta e rispettosa.
Il Green Man viene raffigurato, amato, temuto, venerato.
Soprattutto rispettato perché lui è il signore della Terra e perché lui la feconda rendendola qualcosa di speciale.
Ho pensato che quel trovare il Green Man dentro la cattedrale fosse per me una specie di buon auspicio per il viaggio che io e Gian stavamo cominciando.
Il Green Man si palesa quando vuole lui, dicono.
Il Green Man raramente sorride, ma infonde certezze e tranquillità.

E lui è là, dentro la Cattedrale di York ... pronto ad incontrare tutti i viaggiatori con il cuore aperto.


giovedì 28 giugno 2012

El Malecon y la Charanga

La Habana El Malecon

Ahi ... se siamo messi male.
Cara Giovy, sei proprio messa male perché mentre cominci a produrre questo post hai un gran mal di testa, un po' di sonno e fuori fa super caldo. Tu hai aperto il tuo Itunes e sei finita su Soy Cubano Soy Popular di quel mito di orchestra chiamata Charanga Habanera.
Davvero... non sono messa bene perché questo caldo mi atterra ed io, con questo caldo, vorrei solo essere in due parti al mondo: in Galles perché fa fresco e, se proprio devo subire il caldo, lo voglio vivere a Cuba.
Come quella sera ... che poi è diventata notte.. di tardo Agosto, sul Malecon.
Sembra l'inizio di chissà che storia strana e contorta ma in realtà è solo il racconto di una sera bellissima.
Di per sé non c'è niente di strano, a la Habana, nel trovarsi per strada a ballare perché danzare è qualcosa che fa parte del DNA Cubano per antonomasia.
Mi è capitato spesso di gironzolare per la capitale Cubana ma anche per Santiago e di vedere, nei cortili delle case, gente in preda alla febbre salsera soprattutto verso sera.
Sembra strano dirlo ... ma a Cuba la gente lavora e non è che se ne sta in cortile a ballare tutto il giorno.
Si balla alla sera, di ritorno da qualsiasi cosa ci abbia occupato durante il giorno.
Io dormivo in un posto proprio sul Malecon (che culo! L'avevo sempre desiderato e poi ci sono riuscita).
Niente di strabiliante... un normale alberghetto con qualche segno di umidità qua e là ... perché il Malecon non perdona e l'acqua entra dappertutto, sia essa quella del mare o quella che l'atmosfera si porta addosso.
Quella tardo pomeriggio, rientrando ... rimasi sorpresa nel vedere che il lungomare de La Habana era stato transennato.
La cosa non mi creava problemi perché mi spostavo a piedi ma chiesi ugualmente come mai al poliziotto che incontrai poco più avanti del mio albergo.
Mi disse che il comune offriva una festa per celebrare l'estate.
Pensai subito alle location di molte nostre sagre e abbinai quell'immagine alla possibilità di festeggiare direttamente sul Malecon.
Poco dopo mi accorsi che verso Avenida Washington veniva montato un palco.
"Chi suona?", chiesi subito incuriosita.
Il poliziotto mi mise lì un tot di nomi, il mio cervello tintinnò quando sentì Charanga Habanera.
Vedete, a Cuba la musica è davvero una grande cosa e i musicisti hanno un che di retrò e di bravura che non so nemmeno definire. La Charanga è un gruppo storico formato di fior fior di orchestra.
La trovata del loro produttore fu quella di mettere 4 frontmen di tutto rispetto, in modo da attirare ragazzine e mamme di ragazzine.
Bellezza a parte, ballare dal vivo sulle note de La Charanga era una cosa che avevo provato solo anni prima, al festival Latino Americano di Milano.
Quello che però aveva in un certo modo "inquinato" la mia esperienza di musica cubana erano tutti quei ballerini da scuola che, non me ne vogliano, sono bravi ma non hanno niente dell'innata danza che si pratica di norma a Cuba.
Quella notte, sul Malecon, ebbi la riprova che molti cubani la pensano come me.
Io sono molto lontana dall'essere una ballerina ma si vede che la salsa la ballo decentemente.
Forse è l'amore per Cuba che mi aiuta, chi lo sa.
Non appena la Charanga arrivò sul Malecon quella sera il putiferio si impadronì di ogni signola anima presente, la mia compresa.
La cosa che più mi piacque fu che non bisognava essere in coppia per ballare.
La salsa è muoversi a ritmo e ballare anche sa soli.
Non ero l'unica straniera (leggi Italiana) in mezzo a quel tripudio quella sera.
Ma forse ero una delle poche che aveva capito che i virtuosismi da ballroom o scuola di ballo non sono di certo grandi cose vicino alla spontaneità cubana.
Ho ballato, sudato, bevuto rum da chissà chi e cantato fino a perdere la voce.
"Ahora gracias quiero dar a mi pueblo por hacerme popular..." ed io ero già commossa, ballando a più non posso.

mercoledì 27 giugno 2012

La Donna e La Terra: Elisabetta Foradori

Foradori Teroldego Biodinamico Trentino
Per tutte le foto, thanks to www.elisabettaforadori.com

Sabato sera ho partecipato ad una cena entusiasmante sotto molti profili.
Grazie a Melinda ho avuto l'opportunità di incontrare una persona (e la sua famiglia) che ama la sua regione e ama la terra che ci dà tante cose buone.
C'è però una caratteristica senza la quale tutto sarebbe stato solo un trionfo di sapori ma non sarebbe mai diventato un pacchetto di emozioni.
Che cosa ha fatto la differenza? L'ha fatta un ristoratore che sa fare il suo lavoro e che, oltre a curare la qualità del suo ristorante, cura il rapporto con chi mangia da loro.
Sandro di Nuzzo del Ristorante Nerina è stato un vero proprio Story Teller della cena che suo fratello Mario ha creato magistralmente.
Del viaggio in Val di Non vi racconterò al più presto su NonSoloTuristi.it ma quello che mi preme scrivere oggi riguarda il vino che abbiamo bevuto.
Di norma, lo sapete, sono più appassionata di birra di qualità ma non ho mai disdegnato il buon vino, soprattutto quando si parla di Teroldego.
Io amo il Teroldego con tutto il cuore. Per me non è solo un sapore, un sentore, un gusto.
Per me quel vino racchiude vento, montagne, prati, frutta e aromi del bosco.
Per me quel vino parla di un luogo che ho nel cuore e, se mai passerete da Mezzolombardo giù di lì capirete anche perché.
Ero seduta ad un tavolo di blogger e si chiacchierava della giornata appena trascorsa quando il buon Sandro si avvicina a noi per versarci il vino.
Prima di assaggiare leggo l'etichetta perché, curiosona come sono, volevo capire che cosa stessi bevendo.
L'etichetta riportava semplicemente una parola: Foradori.



"Dopo ti racconto di quella donna...", mi fa Sandro intento a versare il vino ad altri commensali.
Sono rimasta incuriosita da quest'uscita e dentro di me mi chiedevo chissà che storia avrei ascoltato.
E la storia è questa.
C'era una volta una donna di nome Elisabetta. Questa donna amava e ama molto la sua terra, la sua vigna, la sua uva. E quando l'amore per la terra è forte, la scelta di essere Biodinamici arriva quasi da sola.
E' una scelta forte, importante e anche difficile perché il mercato è duro, competitivo e mangia chi spesso esce dalla righe.
Ma Elisabetta ci credeva e cominciò a produrre Teroldego biodinamico dal 2005, rivelando al mondo questo bellissimo segreto solo l'anno scorso.
E secondo me ha fatto bene perché spesso le critiche ammazzano l'entusiamo che sostiene certe scelte.
La produzione, poi, le ha dato ragione. Il gusto del suo vino la nomina vincitrice.
Spesso mi dico di non fare testo nel giudicare un Teroldego, proprio per l'amore che provo verso quel vino.

Mi sento però di segnalarvi quest'eccellenza tutta Trentina che arriva dal cuore, dalla mente e dalle mani di chi crede che un mondo diverso sia possibile e che crede, inoltre, che la biodinamicità possa affrontare, a livello di prezzi e mercato, anche gli Imperatori della produzione intensiva o di nicchia.

Quello che il Ristorante Nerina ci ha proposto sabato scorso non è stato solo un Teroldego legato al territorio ma ci ha presentato l'anello di una catena fatta di gente che ci crede.

A tal proposito vi racconto che stiamo parlando di un ristorante che offre solo verdura del proprio orto e che, a scapito di difficoltà anche nell'essere raggiunto non ha mai lasciato una valle che, come Madre Terra, lo tiene stretto e saldo tra le braccia.
Allo stesso modo, la produzione vinicola Foradori ama il suo territorio e vuole raccontarlo nel modo migliore possibile.
Un'esperienza di assaggio e degustazione di un vino così è un viaggio a se.
Se chiudo gli occhi ne sento ancora il sapore.
E, con la mente, sono di nuovo in Val di Non.

Teroldego DOC Trentino

martedì 26 giugno 2012

Raccontare il Paradiso: la Val Di Non


Ecco qui... si comincia coi racconti legati al recentissimo MELTour, vissuto in Val di Non grazie a Melinda.
Correte a leggerlo su NonSoloTuristi.it
Stay Tuned!

lunedì 25 giugno 2012

Caernarfon: per restare nel bello

Visitare il Castello di Caernarfon
Thanks to Visit Wales

Ho passato un week end indimenticabile in quel della Val di Non.
L'ho scritto prima su Twitter: un week end del genere cambia il modo di vedere molte cose.
La vita in primis.
Almeno per me ora è così.
Di questo splendido week end comincerò a raccontarvi domani (spero, ho tante foto da guardare e scegliere!!) su NonSoloTuristi.it.
Oggi, dato che voglio restare con la mente nel bello più bello del mondo, faccio uno sforzo grande e vi racconto di Caernarfon.
Già scrissi qualcosa su quello splendido paesino del Nord del Galles.
Vi parlai di quel Pub favoloso che è il Black Boy Inn, dove la birra di qualità e il cibo d'eccellezza sono di casa a prezzi assai affordable per tutti.
Vi ho raccontato anche delle Tre Signore di Caernarfon che, proprio dentro a quel pub, passavano la loro giornata.
Tante volte mi sono trovata di fronte alla domanda "cosa potrei raccontarvi oggi?" e dentro di me cresceva l'istinto di parlarvi di Caernarfon. Ma quel luogo è talmente parte del mio cuore che l'ho voluto proteggere, quasi, da sguardi altrui non pensando però che la bellezza va certamente condivisa.
Allora oggi, carissimi miei, allacciate le cinture perché la Giovy Airlines vi porterà a Caernarfon.
Raggiungere questo paesello è molto facile.
Dalla Stazione di Bangor (approdo principale per il North Wales) basterà attriversare la strada e prendere l'autobus nr.5 oppure il numero X5. Ne passa uno ogni 20 minuti circa e, in quasi mezz'ora, sarete catapultati in un luogo che vi conquisterà.
La città ospitò una delle ultime guarnigioni romane e la cosa è ben visibile dai resti (pochini a dire il vero) del forte Segontium, che si trova a pochi minuti a piedi dal centro. La storia per Caernarfon non finisce lì anzi, si arricchisce immensamente nel medioevo e più precisamente nel periodo in cui Edoardo I decise di costruire il bellissimo castello che ancora impera proprio nel punto in cui Caernarfon guarda verso il Menai Strait.
Già lo dissi quanto gusto aveva Edoardo I ma con Caernarfon si è autobattuto.
Lo conferma il fatto che il Castello di Caernarfon diventò e resta fino ai nostri giorni il più bel Castello di Britannia e, non da meno, è il Castello del Principe di Galles.
Il primogenito del sovrano britannico viene quindi incoronato nel cortile del castello, a memoria dell'importanza che la carica di Prince of Wales ha.
Tutto questo è quello che è importante sapere per l'ossatura della città e per darle la giusta importanza.
Quello che, in più, vi posso dire io è che poche stradine, un castello e un piccolo lungomare possono sembrare una cosa comune nei paesi delle isole Britanniche.
Ma Caernarfon si porta dietro un'emozione grande che potrebbe nascere dentro a tutti i vostri cuori al tramonto, che d'estate arriva davvero tardi.
Vi basterà sedervi un attimo e osservare il profilo dell'Isola di Anglesey che, in quel momento, sarà bassissimo davanti a voi.
In quello che sembra un fiume, ma che in realtà è il Menai Strait, vedrete Kiters bravissimi veleggiare e volare con il proprio kite surf e vi sembreranno fondersi con tutti quei gabbiani e quei cormorani che popolano quel tratto di pianeta terra.
Qualche foca grigia potrebbe fare capolino per curiosare sentendo voci nuove.
Il silenzio, il vento, il castello, voi... Anglesey, Caernarfon e basta.
Mi racconterete quando la visiterete ... ma per me è sufficiente per essere felice.
Piccolo consiglio sul dove dormire in un luogo così magico.
C'è quel mito di donna della Mary che ha un bellissimo B&B dove sentirsi a casa è facilissimo.
E' piccolino e ben tenuto... organizzatevi per tempo se pensate di andarvi nei mesi estivi.

venerdì 22 giugno 2012

Tutta colpa di Gugliemo

Viaggio in Svizzera

Ma come quale Guglielmo?? O dovrei dire Wilhelm??
Sto parlando di Guglielmo Tell ... eroe nazionale Elvetico e protagonista di almeno mille racconti che ci sono stati fatti quando eravamo piccoli.
Infondo quando si parla di mele si può pensare a lui oppure a Newton.
Ma non solo ... e lo vedrete nelle prossime settimane dato che il prossimo week end parteciperò ad un blog tour che proprio della mela fa la sua fortuna. Melinda mi ha invitato in Trentino ed io sono pronta a partire.

Blog tour a parte e racconti sulle mele a parte, torniamo in Svizzera dal nostro caro Guglielmo.
Spesso ascolto una canzone di Davide van de Sfroos che riporta il mio cuore negli anni in cui il confine Italo-Svizzero era la mia casa.
Un giorno, tanto tempo fa, mi sono presa la briga di andare a fondo sulla storia di Guglielmo Tell e di quello che rappresenta. Infondo, il suo atto di mettere una mela sulla testa di suo figlio e di centrarla con la balestra non è mai stato una dismostrazione di bravura.
Era, ed è, un atto di sfida e di volontà di afferarmare la proprio libertà in faccia all'invasore che opprimeva una parte di Svizzera.
La Storia ci dice infatti che, intorno al 1300 (ebbene anche in Svizzera c'è stato il Medioevo) Guglielmo stava passandò per Altdorf che al tempo era governata da un vassallo della corte Austriaca.
Al centro della cittadina vi era un'asta con appeso il cappello di questo vassallo. Tutti, nel passare di lì, dovevano inchinarsi a salutare quel cappello in segno di sottomissione all'Austria.
Guglielmo un bel giorno di Novembre non lo fece.
Venne chiamato a giustificarsi pubblicamente ma lui non si sottomise.
Il governatore austriaco gli disse quindi che, in cambio della vita, avrebbe dovuto centrare con la balestra una mela posta sulla testa di suo figlio.
Tell aveva a disposizione una sola freccia ma ne aveva nascosta una di scorta nella giacca.
Guglielmo centrò la mela, era un abile balestriere, ma il trucco di nascondere una seconda freccia venne scoperto e gli costò la libertà.
Da questo momento in poi storia e leggenda si fondono. Tell venne portato in barca (siamo sul Lago dei Quattro Cantoni) verso la prigione ma il lago improvvisamente si increspò e Tell venne liberato.
Ci fu poi la Battaglia di Morgarten e nel 1315 gli Austriaci lasciarono la Svizzera.
Altdorf ora è un quieto paesino molto carino ai piedi del versante Svizzero-Tedesco del Gottardo.
Placido e tranquillo se ne sta lì, come sempre, sulle rive del lago dei Quattro Cantoni a vigilare sulla vita di quella che comunemente viene chiamata Ur-Schweiz ... ovvero Svizzera originaria perché è proprio da territori vicini ad Altdorf e sulle rive di quel lago che la Confederazione Elvetica trovò la sua nascita ufficiale.
Il Canton Uri regala Storia e Natura allo stesso tempo.
Spesso viene considerato un luogo di passaggio e di gente con la testa molto dura.
Visitandolo ho capito che è molto, molto di più.
Un tuffo nel passato di un paese di cui spesso si sa così poco è un qualcosa di imperdibile.
Basta che poi non vi venga voglia di ripetere la cosa della Balestra.

Viaggio in Svizzera

giovedì 21 giugno 2012

Bristol fa 90

Inghilterra Bristol Clifton Bridge

Non so se anche a voi capita mai di perdervi in una canzone o in qualche sound particolare.
Io adoro perdermi in un live molto famoso di un gruppo che negli anni '90 ha fatto grandi cose e, per fortuna, continua a farne.
Sto parlando del live dei Portishead e del loro Roseland NYC Live del 1998.
I Portishead, Tricky, Massive Attack hanno un comune denominatore o forse più di uno.
Mentre scrivo sto ascoltando Roads e per me è come volare via.
Volo a Bristol a livello di spazio, volo negli anni '90 a livello temporale.
Sono sempre stata molto rockettara nel genere di gusti musicali ma il Bristol Sound mi ha conquistato e non poco.
I miei piedi hanno toccato il suolo di Bristol una volta sola e anche per poco tempo.
Bristol è stata una semplice tappa per il mio primo viaggio verso il Galles, dato che dista davvero poco da Cardiff e da tutto il South Wales.
Siamo arrivati in una notte di Aprile e l'accoglienza fu davvero delle migliori.
L'aeroporto si trova leggermente in collina e da lì si vedevano tutte le luci della città.
In lontanza, potevo cogliere la sagoma del Clifton Bridge e, se solo avessi avuto un po' di tempo, sarei corsa a vedere quella splendida opera dell'ingegno umano.
Per quella notte dormimmo in un B&B altamente raccomandabile. La proprietaria venne addirittura a prenderci all'aeroporto perché la strada era un po' dark and dangerous a detta sua.
Dormimmo come ghiri e il mattino dopo era già ora di lasciare la città.
Un treno per Cardiff ci aspettava a Temple Meads ... una stazione che sembra saltata fuori da non so che romanzo del secolo scorso, se non fosse per le macchinette automatiche dei biglietti.
Non lasciammo però il nostro B&B se non dopo una fantastica colazione cucinata, proprio come se fossimo in famiglia, dalla nostra mitica Host... perché dire hostess non mi piace.
Sulla strada verso il centro vidi proprio bene il Clifton Bridge e già mi immaginavo a percorrerlo.
A Temple Meads vidi treni per ogni dove. E già mi immaginavo di prenderli.
Quello che però mi immaginavo più di tutto fare era prendere qualsiasi mezzo disponibile per raggiungere Portishead, il promontorio a Ovest della città che dà proprio il nome al gruppo che tanto amo.
A dire il vero la mia mente fanstasticava sul fatto di incontrare anche Tricky per strada o di trovare Beth Gibbons a comprare il latte.
Non so perché ma io mi immagino il Regno Unito come un luogo in cui i personaggi famosi non vengono inseguiti ma vengono osservati nella loro normalità. Paparazzi a parte.
E' da noi, qui in Italia, che si strilla all'ennesima potenza.
Lì per me sono tutti composti ma forse mi sbaglio.
In ogni caso la mia mente prende proprio quel bus verso Portishead e lì ci passa tutta la giornata.
E forse anche passa tutta la giornata sul Clifton Bridge o persa nel centro di una città che vorrei scoprire.
Prima o poi.
E quando dico prima o poi infondo c'è da preoccuparsi (per il mio zaino, la mia carta di credito, la mia vita, il mio compagno).


mercoledì 20 giugno 2012

Scusa, è finta? Ovvero Carcassonne

Francia Carcassonne

A Carcassonne, in Francia, succedono strane cose.
Ho parecchi amici americani... o meglio, statunitensi.
Non che mi manchino amici nel resto delle Americhe... ma qui parlo proprio di chi è born in the USA.
Voglio loro un casino di bene anche se a volte sorrido alla grande di fronte a dei loro atteggiamente marcatamente "americani".
Uno di questi atteggiamenti si riassume per bene con lo stupore che certi abitanti del nuovo mondo assumono di fronte alla Storia e ai Monumenti.
Non so nemmeno pensare a cosa vuol dire abitare in città vecchie "solo" 150 anni o giù di lì.
Infondo noi Italiani (o Europei in genere) siamo abituati bene.
Vedere qualcosa di "vecchio" è per noi consuetudine e, anzi, assumiamo l'atteggiamento di stupore verso ciò che è nuovissimo, come un downtown tutto grattacieli, acciaio e vetro.
Ero a Carcassonne qualche estate fa.
Mi stavo dirigendo verso Tolosa, città del mio cuore, e ci voleva una pausa.
Ne facemmo due: una a Rennes Le Chateaux e una a Carcassonne ... che sono vicinissime.
Arrivati nella splendida città murata, parcheggiammo in modo molto easy e non del tutto carissimo.
Per essere a pochi metri da un gioiello del genere, mi aspettavo un 15€/ora ma invece ci andò benissimo con una comune tariffa oraria di circa 1,8€.
In prossimità della prima porta della città ci fermammo e uno dei miei amici andò in bagno.
Io nel frattempo osservavo lo splendore che avevo attorno e allungavo le orecchie sperando di non sentire nessuno parlare italiano.
Con gioia sentivo solo parlare inglese... o meglio inglese con l'accento americano.
Ero lì, tranquilla ed intante a scrutare tutte le torrette che avevo in prossimità perché mi stupiva il fatto che non ci fosse neanche mezza cacca di piccione sui loro tetti.
Mi chiesi (e probabilmente anche mi risposi) che forse lavano i tetti delle torrette tutte le sere perché i francesi ci tengono un pelino in più ai loro monumenti rispetto a noi italiani.
Nel più bello del cullarmi nella mia gioia e nella mia sorpresa per queste torrette pulitissime, le mie orecchie captarono il dialogo di una famiglia in gita che pareva proprio la famiglia Walsh: bianchissimi abitanti del Mid-West con bermuda, canottierine e cappellino.
Madre e figlia praticamente uguali, padre con tanto di guida in mano e marsupio, figlio minore annoiato e scontento. Mica ci pensava alla fortuna che aveva di essere nel Sud della Francia!
Anyway... la nostra famiglia Walsh in gita a Carcassonne commentava su quanto belle fossero quelle mura e su quanto fosse impressionante poter visitare un luogo così.
Io sorridevo, dentro me, e pensavo che forse avevano centrato il punto: era proprio bello che riconoscessero la grandezza di quello che stavano vedendo.
Il mio gruppo di amici, dopo il pipì-stop, si riunì e ci avviammo verso la porta della città.
Davanti a noi proprio la famiglia Walsh... c'era tanta gente... camminavamo quasi in fila.
Arrivati proprio in prossimità dell'arco che sanciva l'ingresso a Carcassonne, ecco il padre della famiglia Walsh fare e dire qualcosa che nemmeno nelle mie peggiori fantasie poteva nascere.
L'uomo in questione si mise a "bussare"sui mattoni di cui era costruito l'arco con molta curiosità.
Prima di pensare a Papà Walsh come un ingegnere civile, aspettate quanto vi sto per scrivere.
"Oh darling... it's not like Disneyworld... it is real ... but Disneyworld is more realistic"
In quel momento persi anche quel poco di abbronzatura che ero stata capace di mettere insieme in tutta l'estate.
La madre e la figlia risero all'affermazione di Papà Walsh, in un modo così americano da risultare quasi fuori luogo in mezzo a tutta quella storia, a tutta quella Carcassonne.

Americani a parte e figure grame a parte, Carcassonne è uno di quei posti che, malgrado sia sempre pieno di gente, vale proprio la pena di visitare.
Le sue stradine, i suoi luoghi, i suoi musei della tortura improvvisati e il suo essere così francese raccontano una storia che nessuno sarà mai in grado di eguagliare.

martedì 19 giugno 2012

Fantasmi & Porcini: this is Bardi!


Vi piacciono i funghi e la cucina buona?
Vi piacciono i fantasmi e avete voglia di andare a salutarne uno?
C'è un luogo sull'Appennino Parmense che fa per voi.
Questo luogo è Bardi e ve lo racconto su NonSoloTuristi.it
Stay Tuned!

lunedì 18 giugno 2012

La Grande Guerra da scoprire, rispettare

Campogrosso Sentieri della Grande Guerra
Foto di Gianni Pasquale/ www-magicoveneto.it

O meglio... i luoghi della Grande Guerra, da scoprire, da rispettare.
La settimana scorsa, come ho già scritto, ero dalle mie parti.
Per ritrovare la spinta a ripartire dopo giorni che non augurerei a nessuno ma che la natura ci attacca addosso, ho guardato Gian e gli ho detto "adesso andiamo per trincee".
Ho la fortuna di essere cresciuta ai piedi di alcuni dei monti che furono teatro del primo grande conflitto mondiale.
Non manca molto al centenario di uno dei conflitti che ha cambiato la Geografia Europea ed io, dato che sono una donna avanti, vi voglio indicare uno di quei percorsi che meritano di essere vissuti col giusto spirito.
La Guerra non è una cosa bella, lo sappiamo tutti, ma l'insegnamento che una guerra ci lascia è sempre quello di non dimentare cosa è successo e chi è stato protagonista di giorni atroci.
Ricordare dovrebbe voler dire imparare e troppo spesso si passa accanto a qualche luogo e non si pensa minimamente quale possa essere il suo significato nella Storia.
Oltre ad avere avuto la fortuna di crescere vicino ai monti, ho avuto una grande Nonna ... la Cecilia ... che di guerre se n'è fatte due e che non perdeva tempo a portarmi in corriera là dove i luoghi urlavano ancora per la crudeltà del conflitto.
Ed è in quel modo che ho imparato a gironzolare, anche da sola, per l'Anello Storico che il Cai di Valdagno ha ricavato per percorrere quella che era la linea di fuoco degli Alpini contro gli Austriaci durante il conflitto del 15/18.
Si tratta di un percorso a circa 1500 metri d'altezza e che non presenta particolari difficoltà alpinistiche.
E' una passeggiata montana da fare in piena consapevolezza e sicurezza, con il giusto equipaggiamento e lasciando che gli occhi si riempiano di tutto ciò che ci circonda.
Un percorso come quello che vi descriverò è affrontabile in un paio d'ore al massimo di cammino e può benissimo essere abbinato ad un week da trascorrere tra l'Alto Veneto e l'Alto Lago di Garda.
Siete pronti? Partiamo subito!

In primis, raggiungete da ovunque voi siate, il Rifugio Campogrosso.
Trattasi del confine Veneto/Trentino e si trova in provincia di Vicenza. Il rifugio è raggiunbile in auto tramite una strada di montagna quindi... pay attention!
Una volta parcheggiato la vostra auto, armatevi del vostro equipaggiamento e, col rifugio alle spalle, avviatevi lungo la strada asfaltata davanti a voi. Dopo circa 200m troverete sulla vostra sinistra il cartello ritratto nella foto ad inizio post.
Non vi resterà che seguire le indicazioni del sentiero che è ben segnato con la consueta simbologia del Cai bianca/rossa.
L'Anello Storico inoltre è costellato di paletti gialli che segnano il sentiero. E' impossibile sbagliarsi.
Ciò vi porterà col pensiero al Primo Conflitto Mondiale sarà essenzialmente il primo bunker che incontrerete.
Tutto ciò che seguirà vi troverà già con la mente lanciata dentro un viaggio temporale immenso.
Il primo bunker è un qualcosa di incredibile e vi farà pensare alle condizioni difficilissime che quegli Alpini si trovavano ad affrontare.
Seguiranno altri bunker, postazioni di artiglieria, trincee scavate nel sasso.
Quando vi serete dentro e guarderete avanti vedrete una serie di "ceppi" in sasso che altro non erano che il confine dell'impero Austro-Ungarico. 
Una linea totale di ceppi che segnava ciò che era Italiano e ciò che non lo era.
E tutto sarà davanti ai vostri occhi ... in una tranquillità che quegli antichi uomini di inizio '900 tanto sognavano per loro stessi.
L'Anello ... per suo stesso nome... è un percorso completo e, una volta fatto tutto, ritornerete come per magia proprio al rifugio dove avete lasciato la macchina.
Il mio consiglio è quello di fermarvi e chiedere un bel tagliere di affettati e formaggio.
I formaggi che assaggerete sono prodotti dalle malghe che si trovano a pochi metri dal rifugio e sono di una bontà incredibile. Per gli affettati è lo stesso e mi raccomando di non perdervi la Sopressa, delizia vicentina DOP che l'aria del Monte Pasubio, vicinissimo a dove siete, rende speciale.
C'è la possibilità di pernottare al Rifugio ed io ve lo consiglio nelle notti di luna piena dove le montagne brillano quasi fossero d'argento.
Se invece vorrete continuare il vostro viaggio, non vi resterà che proseguire per l'unica strada che scende verso il Trentino.
Lungo la strada potrete ammirare la bellezza della Vallarsa e potrete interrogarvi su tutti i toponimi che leggerete. Arlanch, Foxi, Anghebeni ... tutto retaggio dell'invasione Cimbra dell'Alto Veneto.
Quella Cimbritudine che forse mi porto dentro anch'io mescolata all'Austricità della mia bisnonna.
I kilometri da lì a Rovereto sono davvero pochi.
E' la montagna a far sembrare la strada lunghissima.
E la sua immensa bellezza rendono quei posti dei luoghi immensamente radicati dentro al mio cuore.

Quando lascio la mia "terra natale" per tornare in Emilia sento la distanza dai miei affetti ma non sono quelli a mancarmi.
A me manca la mia montagna, Cima Carega, il Pasubio. E tutta la loro storia.


Alto Vicentino Campogrosso
Le mie montagne - fotografate con il mio telefono

venerdì 15 giugno 2012

Quella strana cosa che si chiama Distanza


C'è quello strano concetto che è la Distanza.
Questo è uno di quei post in cui ragiono ... e post come questi sono davvero frutto di ogni viaggio che ho fatto e sono alimentati da tutti i kilometri che, in 34 anni della mia vita, ho smaltito sulla mia pelle.
Essendo figlia di due genitori girovaghi, ho cominciato ad andare "distante" subito. E non ho mai smesso.
Anni fa, quando sono entrata in quella magica era che è "la ventina" ho viaggiato davvero in ogni modo, occasione, tempo e spazio.
I miei anni dai 20 ai 30 sono stati fondamentali per molte cose: lavoro, studio, vita, indipendenza e tanto altro. Sono stati quegli anni in cui ho conosciuto tantissima gente che fa parte tutt'ora della mia vita e una di queste persone è la Fra, la mia migliore amica.
Spesso io e lei parlavamo del concetto di distanza: lei filosofa, io storica... sapete che cosa ne veniva fuori?
Avevamo trovato un nostro personale "limite" che segnava uno stacco netto tra quello che è distante e quello che non lo é. Ci ragionavo l'altro giorno, non so perché, quando pensavo alle città italiane nate nel medioevo.
Viaggiavo dal Veneto fino in Emilia e osservavo, quasi a volerle imprimere nella mia mete, le colline che da Vicenza arrivano fino al Garda circa. Su quelle colline potrete notare un casino di castelli, torri, torrette.
Alcuni, come Soave, sono conservati benissimo. Altri molto meno, ed è un peccato.
Guardavo quelle costruzioni e ragionavo sul fatto che, dall'Antichità Romana fino al Rinascimento, le città veniva tutte costruite ad un giorno di cammino di  distanza l'una dall'altra.
Prendete le città sulla via Emilia, ad esempio. Sembrano fondate a distanza prefissata perché quei km che le separavano erano percorribili a piedi in circa un giorno. Dove per giorno si intende dall'alba al tramonto.
Con l'avvento del trasporto e le sue relative evoluzioni, ovviamente, il concetto di distanza è cambiato e cambierà in continuazione negli anni che abbiamo davanti. La distanza non è mai un qualcosa di fisso.
E' un concetto in totale divenire per sua propria natura.
Oddio... mi sembro Eraclito di Efeso.
Panta Rei o non Panta Rei che dir si voglia, ciò che è distante per me potrebbe non esserlo per qualcun altro.
Parlando di me, ho capito che un  luogo comincia ad essere distante quando si trova ad un'oretta e mezza circa da me.
La cosa comica è che non importa quale sia il mio mezzo di trasporto.
Un'ora e mezza vuol dire vicino.
Che si tratti di Milano in treno o Londra in aereo o non so dove ... se ci metto un'ora e mezza io non riesco a dire che è distante.
Per altri è ben diverso. Forse esiste qualcuno che dice che entro le tre ore è vicino e chi dice che dopo un'ora di viaggio è già lontano.
Siccome sto ragionamento mi intriga, e non poco, vi chiederei di darmi una mano perché vorrei capirne qualcosa in più sulla natura umana dei viaggiatori o degli appassionati di viaggi.

Allora vi chiedo di dirmi cosa per voi è distante e se, per qualche motivo, nella vostra vita avete ampliato o ridotto il concetto di distanza.
E soprattutto mi chiedo ... la distanza è una spinta a viaggiare di più?

giovedì 14 giugno 2012

Dove Estrela significa Casa

Dove dormire a Lisbona

Arrivai a Lisbona praticamente per caso. O meglio ... arrivammo, visto che eravamo io e i miei due Hermanos reduci da giorni e giorni di Sud della Spagna.
Se non ricordo male eravamo proprio a Cordoba quando decidemmo, forse per merito di fresche birre in calde notti andaluse, di proseguire il nostro viaggio fino all'Oceano.
E Oceano voleva dire Portogallo. E per me Portogallo significava due cose essenzialmente: Lisbona e Algarve. Quelle furono infatti le mie tappe che, come immense parentesi, contenvano mille cose.
Lisbona conteneva il vento, Wim Wenders e Lisbon Story, i Madredeus e Amanda Rodrigues e sicuramente Pessoa. Avevo una voglia matta di perdermi per quelle strade.
Più di tutto ... forse cadendo in un luogo comune immenso come un buco nero ma soddisfacente quanto una fetta di pane e nutella quando hai voglia di bontà ... cercai un posto per dormire e lo volli cercare in piena Alfama.
Dato che il viaggio a Lisbona era stato una totale improvvisata, non ero provvista né di guida (che recuperai dopo in versione inglese) né di notizie o info a riguardo.
Arrivati a Lisbona trovammo giusti giusti la Pensao Estrela, giusta all'inizio dell'Alfama.
Parcheggiammo e decidemmo in quel momento che quella sarebbe stata la nostra casa.
Mi piaceva da matti per quella sua aria tipicamente decandente che tanto stava bene addosso a tutta la capitale portoghese.
Mi piaceva perché vedevo il mare dalla finestra.
Mi piaceva perché il mio letto era in ferro battuto, bianco e con le lenzuola rosa.
A dire il vero tutti i letti avevano le lenzuola rosa e i miei due Hermanos si adattarono a dormire in un colore tanto da belle donne.
Mi piaceva perché in due passi ero in centro e mi piaceva perché sembrava la casa di una signora rimasta sola e che per questo aveva messo a disposizione le varie stanze di una casa forse ereditata per avere qualche soldino in più.
Al tempo poteva sembrare una novità, oggi sembra quasi prassi.
La Pensao Estrela mi accolse dopo tanti giorni di monta/smonta la tenda e mi coccolava con quel vento che entrava dalla finestra.
Dopo il caldo torrido dell'Andalucia, non mi pareva vero poter dormire senza sudare e coprendomi perché un po' di frescolino arrivava sempre.
Quando uscivi dalla porta della Pensao Estrela ti ritrovavi in mezzo ad una via dopo pochi ristoranti e molta autenticità la facevano da padrona.
Ricordo la prima mattina, dopo aver dormito lì.
In pensione non era disponibile la colazione. Uscimmo e ci recammo al primo bar lì vicino.
Faceva caldino e non c'era proprio storia a bere qualcosa di caldo. Nemmeno un caffé.
Il mio Hermano André voleva un tea freddo e in quel momento scoprimmo, tra qualche risata, che Pesca in portoghese si dice Pessego.
In dialetto veneto, il mio dialetto, si dice Persego.
Forse anche questa assonanza ci fece sentire come a casa.
Forse, più di tutto, fu la Signora della Pensao Estrela che, quando partimmo per andare via, venne a salutarci sulla porta proprio come una vecchia zia saluta i nipoti che tornano in città dopo un'estate passata chissà dove.

mercoledì 13 giugno 2012

La Bellezza di chi ci crede



Ci sono posti che si conoscono benissimo perchè vi si è cresciuti accanto.
Ed è da lì che voglio ripartire a parlare di viaggi.
Voglio ripartire pensando alla bellezza di chi crede nel proprio luogo di nascita e cerca di farne un posto magnifico oltre natura ... perché Madre Natura stessa ci ha messo bellezza, montagne, cieli azzurri e boschi magnifici. L'uomo, però, ha una parte in causa molto importante.
Oggi si parla di Recoaro e ve lo racconto su NonSoloTuristi.it
Stay Tuned!

martedì 12 giugno 2012

La nuova era comincia qui


Ecco, è arrivato il momento di ripartire.
Ieri ho scritto un piccolo tweet, il primo dopo molti giorni, dove dicevo che era il momento della Giovy 2.0.
Del 2012 si è detto già molto ed io alla questione dei Maya e della fine mica ci credo.
Credo invece in un cambio di era e credo nei segnali che arrivano da una parte o dall'altra della nostra esistenza.
Adesso è proprio l'inizio di una nuova era per me.
Un'era fatta di viaggi, sempre tanti e piedi di cose da dire e raccontare.
Un'era fatta di un lavoro che adoro e che voglio coltivare come una piantina o crescere come un figlio.
Un'era in cui infondo posso dirmi che sono già diventata un po' grande e che lo diventerò ancora di più.
Un'era in cui il terremoto la smetterà e che mi vedrà rientrare sicura nella mia casa che è ancora là tutta da sola.

La mia nuova era è iniziata ufficilamente sabato 09 Giugno alle 9.45 quando la mia mamma è volata via da un letto che la rinchiudeva quasi come fosse una prigione.
La mia mamma è volata via serena e sorridente, come solo lei sapeva fare.
La mia mamma è volata via ma non mi lascia un vuoto dentro.
Mi lascia dentro tutte le cose che mi ha insegnato in questi anni.
Mi lascia dentro quell'energia che mi alimenta e quel mordente che non devo mai perdere nei confronti della vita.
Mi lascia dentro quei "certo che devi partire" quando le dicevo che avevo voglia di fare un viaggio.
Mi lascia dentro la voglia di vivere per me e per lei.
Mi lascia dentro quella voglia ... to strive, to seek, to find and not to yield ... come diceva Tennyson e che infondo era un po' un suo modo di vivere.
Ora vado a fasi alterne, inutile dirlo.
Passo dei momenti fiera, caparbia e volitiva come lei mi ha insegnato ad aessere.
Passo dei momenti in cui un pulcino bagnato sembra più forte di me.

In ogni caso è il momento di ripartire e di tornare alla normalità, passo dopo passo.
Post dopo post, viaggio dopo viaggio ... in onore di chi mi ha insegnato a viaggiare da sola, anche quando ero piccola.

giovedì 7 giugno 2012

Strani giorni


Strani giorni, viviamo strani giorni.
Lo scrisse Battiato in una canzone che amo molto e me lo ripeto tutti i giorni.
Metto giù il piede dal letto ... ops ... dal divano ogni mattina e mi chiedo, in mezzo all'incertezza, come sarà la giornata.
Ed io sono fortunata ad avere un divano e un muro dove questo divano è appoggiato.
Mi manca la mia casa, mi manca il mio divano blu, il mio letto fatto con le mie mani tanti anni fa.
Mi manca il casino del mio armadio e il balsamo da mettere nei capelli.
Mi manca lo smalto colorato per avere i piedi, almeno quelli, sempre a posto.

Sono strani giorni in cui vacilla molto della mia vita.
Un pezzo grande, quello che mi ha dato la vita, si sta spegnendo piano piano ed io spero senza dolore.
Di mia madre vi parlerò non appena riuscirò perché si merita molto ed io la voglio celebrare.
Per ora mi limito a passare quel poco tempo che resta con lei e le sto accanto cercando di sorridere e di raccontarle la mia vita, celando le lacrime dietro un "mamma, mi è venuto il raffreddore" e girandomi dal lato opposto al suo per non farmi vedere.

Mi manca scrivere, raccontare il mondo come l'ho visto ed invogliarvi a visitarlo.
Mi manca ma lo farò perché per me è terapeutico ed è una delle poche certezze non crollate, non crollanti o non intaccate da quella forza incomprensibile chiamata terremoto.

Mi dico ogni mattino... Keep Calm and Carry On.

martedì 5 giugno 2012

Il Grande Campeggio


Ho fatto delle gran vacanze in campeggio. Sempre.
I miei mi portarono in campeggio la prima volta quando avevo nove mesi. Era l'Agosto del 1978 ed io me ne stavo tranquilla e beata davanti alla veranda di una roulotte.
Le cose continuarono così almeno fino ai miei 18 anni.
Io in campeggio ci stavo bene.
Praticamente cenavo e dormivo coi miei genitori ma per il resto della giornata non mi vedevano mia.
Ho fatto anni e anni di campi scout e di tende (e di come montarle bene e viverci degnamente) ne so qualcosa.
La tenda per me è sempre stata sinonimo di vacanza avventurosa e di libertà.
Ci sono certe immagini che tirano fuori dalla mia mente il sentore di campeggio.
Avete presente quelle azioni da voi reiterate o fatte da altre persone che vi fanno dire "ah... è proprio tempo di campeggio?" e se non lo è di campeggio che sia di qualsiasi cosa vi piaccia.
Sono giorni, troppi giorni mi vien da dire, che vedo le persone girare con la carta igienica sotto braccio o con tanto di necessaire e asciugamano. Li vedo dirigersi da una tenda piantata in un luogo di fortuna verso la loro casa... magari nel bagno di servizio che si trova a piano terra o nel garage.
Sono giorni che, come in un qualsiasi campeggio, vedo la gente trovarsi per cena e mettere vicino tavolate su tavolate. Tanto ... quando si griglia carne per 7 cosa vuoi che sia farne per dieci?!
Sono giorno che vedo gente fuori nei giardini con le sedie sdraio e li vedo in tuta da ginnastica ... li vedo intenti a chiacchierare, proprio come si fa in certe sere in tutti i campeggi delle nostre riviere.
Sono giorni che noto tutto questo e sono giorni che il mio cuore e il mio animo somatizzano paura e terrore.
Somatizzano anche l'aspettativa ... che in giorni normali sarebbe anche una bella cosa... ma c'è aspettativa positiva... quella che ti carica e ti fa sentire come un bimbo prima di natale.
C'è anche l'aspettativa negativa, quella che ho sempre combattuto e che ho sempre cercato di tenere fuori dalla mia vita.
E quando non la tenevo fuori la razionalizzavo.
Ora vivo squazzando nel brodo di questa aspettativa.
Mi chiedo quanti giorni passerranno prima che la paura mi abbandoni.
Mi chiedo se io mai sarò di nuovo quella di prima o se schizzerò verso un'uscita ogni volta che un tonfo o un rumore sordo mi faranno fermare il cuore.
Mi chiedo quando finirà tutto. 
Mi chiedo quanto resisterà la mia casa.
Mi chiedo quando sarà la prima sera normale.
Quelle sere che tanto mi piacciono, quando mi siedo sul divano col mio Gian a mangiare le ciliegie, a scherzare e a beccarci come fossimo una coppia sposata da 50 anni ma con tanto tantissimo futuro davanti.

Verrà il giorno, come scriveva qualcuno più autorevole di me, in cui il Grande Campeggio chiuderà i battenti e lo farà non per mancanza di clienti o chissà perché motivi economici.
Lo farà perché la paura si vaporizzerà.
Quel giorno io mi ubriacherò di felicità e speranza.
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