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martedì 13 maggio 2014

Cosa Non Fare negli Stati Uniti

Cosa non fare negli Stati Uniti
Foto di Simona Sacri
Oggi torniamo a piè pari dentro la serie del Non Fare, che mi sta dando un sacco di soddisfazione anche perché adoro poter pubblicare post di gente che ne sa più di me su alcuni luoghi del mondo.
Oggi è il turno di Simona, una blogger che apprezzo davvero tanto e che spero di conoscere di persona prima o poi. Simona è una grande esperta di USA e quindi oggi si vola oltre oceano per capire cosa non fare negli Stati Uniti.

venerdì 21 febbraio 2014

10 Libri di viaggio da leggere

Quali libri di viaggio leggere
Foto scattata da me in una libreria di Parma - © 2014 Giovy

Ci sono due cose che mi fanno impazzire che si danno la mano e, nel mio cuore, camminano assieme: si tratta dei libri e, ovviamente dei viaggi. La letteratura di viaggio è un qualcosa di grandioso e spesso, quando entro in libreria (reale o virtuale) mi dirigo subito verso i libri di viaggio per trovare qualcosa che sia affine alla mia anima. Quali sono i libri di viaggio che vale la pena leggere?
Io direi tutti perché i libri, come i viaggi, sono un fatto molto personale.
Ecco la mia personale lista.

giovedì 6 febbraio 2014

Viaggio in 6 Isole calde da sogno

Visitare le Isole Cook
Rarotonga - Isole Cook - Picture from Wikimedia Commons
L'altro giorno mi sono accora di aver voglia e bisogno di mare.
Io sono una di quelle che non ama le spiagge affollate e il caldo ossessivo... per non parlare della sabbia che ti si attacca addosso e non va più via. Però, ora come ora, sento il bisogno di immergermi in acqua e restare là per ore. Mi è tornato tra le mani il post sulle 8 isole nordiche da scoprire e mi sono detta "perché non scrivere qualcosa su isole calde che vorrei tanto vedere o consigliare?"

martedì 28 gennaio 2014

Palm Springs e il Deserto

Un viaggio a Palm Springs
Grazie a Simona per questa foto! 
Palm Springs, Stati Uniti, è una di quelle destinazioni che ho messo nella mia "to do" list del 2014.
Quando penso a questa città in mezzo al deserto mi vengono in mente due cose: una puntata di Mad Men in cui Don Draper si infila in un giro di ricconi con villa da queste parti e una puntata di Beverly Hills 90210 quando tutta la combriccola voleva passare lo Spring Break proprio nel deserto.
Serie tv a parte, io in questa parte di California ci andrei proprio di corsa e oggi vi spiego il perché.

lunedì 20 gennaio 2014

Katz's Deli a New York

Katz's Deli in New York City
Picture from Wikimedia Commons
Ci sono dei luoghi che diventano essi stessi sinonimo della città alla quale appartengono.
E' il caso di Katz's Delicatessen, per gli amici Katz's Deli, e la città di New York. Se siete amanti di quei posti in cui gustare in pieno, sia per qualità che per quantità, la cucina tipica di un posto... beh... siete approdati nella lettura giusta. Se siete curiosi di sapere perché questo posto possa entrare nella pole position della classifica del #FoodPorn non vi resta che continuare a leggere.

mercoledì 8 gennaio 2014

2 Hotel da Brivido

Soggiornare all'Overlook Hotel
Picture from Timberline Lodge Galley
Lo riconoscete, vero? Si tratta di quel luogo che Kubrick ha scelto come location di Shining. Questo è l'Overlook Hotel... o meglio questo è il Timberline Lodge che si trova in Oregon, negli Stati Uniti.
Giorni fa ho rivisto un documentario che analizzava Shining pezzo per pezzo. Si chiama Room 237 e vi consiglio di vederlo. Grazie a quell'analisi, mi è venuto in mente di scrivere qualcosa su due hotel che molti considerano da incubo ma nei quali io soggiornerei molto volentieri. Oggi si parla di Shining e Twin Peaks, di Overlook Hotel e di Great Northern.

giovedì 28 novembre 2013

Leaving New York

Picture from Wikimedia Commons

Lasciare New York non è cosa facile.
Lo dicono anche i R.E.M. in una canzone che ho sempre adorato.
Spesso leggiamo su guide e internet come arrivare in una data città. Oggi mi sono messa in testa, invece, di raccontarvi come lasciare la Grande Mela nel modo migliore.

sabato 31 agosto 2013

Un viaggio a New York

Viaggi a New York
Picture from Wikipedia
Fare un viaggio a New York rientra sicuramente tra le esperienze da fare almeno una volta nella vita.
Enorme metropoli cosmopolita, rappresenta una delle mete turistiche internazionali più visitate al mondo, grazie alla sua bellezza, vivacità ed eterogeneità. Data la sua ricchezza di attrazioni, se decidete di partire per New York vale la pena trascorrervi un'intera vacanza – l'ideale sarebbe almeno una settimana piena – in modo da riuscire a conoscere le principali zone della città.

Il vostro tour alla scoperta della Grande Mela può partire da Manhattan, l'isola più importante e nucleo storico della città. Oppure, più semplicemente, potete cominciare dalla zona in cui alloggiate. Oltre a Manhattan, New York comprende i distretti – borough - di Staten Island, Queens, Brooklyn e Bronx: scegliete voi dove prenotare l'hotel, a seconda dell'itinerario che vi interessa seguire. Per trovare una sistemazione adeguata alle vostre esigenze, potete anche aiutarvi con uno dei numerosi siti di viaggio, quali 
Expedia o Trivago, tramite cui è possibile prenotare un albergo, spesso a tariffe scontate, scegliendo da un vastissimo assortimento. Osservando le varie categorie - suddivise anche per zone - e confrontando i diversi commenti degli utenti, non sarà difficile trovare l'hotel che faccia al caso vostro, anche in una città vasta come New York. 

Se decidete di iniziare con Manhattan, potete partire da Midtown, una delle zone più turistiche del distretto. Qui, oltre a Broadway e alla celebre Times Square, si trovano alcuni degli edifici più alti di New York, come il Chrysler Building, l'Empire State Building e il complesso del Rockefeller Center. 
Proseguendo a sud, troverete Downtown, la zona più antica della città e cuore finanziario del Paese, in quanto sede della Borsa di New York. Qui potrete addentrarvi tra gli immensi grattacieli di Wall Street, ma anche esplorare alcuni dei quartieri più famosi di Manhattan, come Little Italy, Soho e Chinatown. 

Spostandovi ad Uptown, a nord, troverete invece Central Park, uno dei parchi pubblici più grandi al mondo, e potrete visitare i musei più famosi della metropoli come, ad esempio, il celeberrimo Metropolitan Museum, la cui collezione permanente raggruppa più di due milioni di opere d'arte. 
Ad Uptown sono inoltre situati alcuni dei quartieri caratteristici di New York, come Harlem e Spanish Harlem.

Uscendo da Manhattan, tappa obbligatoria è sicuramente Brooklyn, il distretto più popoloso della contea, dove potrete ammirare il celebre ponte omonimo che collega a Manhattan. Qui si trovano inoltre molte gallerie d'arte e musei, primo fra tutti il Brooklyn Museum, uno dei più importati degli Stati Uniti d'America.

venerdì 12 aprile 2013

Voglio vedere la Battaglia di Gettysburg

La Battaglia di Gettysburg
Picture by Jim Williams @500px.com 
Chi legge questo blog forse avrà intravisto una delle mie passioni grandi (oltre ai viaggi): la storia.
Anni fa, quando la mia migliore amica si è sposata ed io sono volata a New York da lei, uno dei programmi che avevamo fatto assieme ad un po' di amici con i quali condividevo un appartamento su Amsterdam Avenue era di andarcene qualche giorno a Washington.
Uno dei miei amici, italo-americano, viveva e lavorava là e volevamo approfittarne per vedere un po' la capitale.
Discorrendo del viaggio in programma, io sottolineavo forte la mia volontà di andare a Gettysburg.
"Andiamo a vedere la battaglia di Gettysburg!!" dicevo forte via Skype in quelle molte conversazioni tra il vecchio e il nuovo continente.
"L'hanno già fatta, tanti anni fa", mi rispondeva il mio interlocutore da Washington, con un italiano perfetto da fare invidia al migliore Bastianich!
La battaglia che infervora il mio cuore si svolse ad inizio del Luglio del 1863 e fu probabilmente la battaglia più imponente della storia degli Stati Uniti fino alla Seconda Guerra Mondiale.
Gettysburg si trova a metà strada tra quella che è la Storia Americana con la S maiuscola: Washington, Baltimora, Philadelphia.
Più storia di così, negli Stati Uniti proprio non si può.
Sul campo di battaglia di Gettysburg non c'è praticamente nulla: un prato recitato e i pannelli che raccontano la storia di quei giorni.
Attorno la campagna è magnifica ... o almeno così mi ha detto il mio amico di Washington ... e ci sono mille B&B pronti a raccontare ai viaggiatori il passato più passato che gli Stati Uniti possano ricordare.
Considerata la crudeltà della battaglia, si dice che Gettysburg brulichi di fantasmi da tutte le parti.
Ci sono addirittura dei tour appositi per andare alla ricerca delle varie attività paranormali della zona.
Io voglio andare alla battaglia di Gettysburg.
Non tanto per vedere i figuranti rimettere in scena quell'inferno.
Non ci tengo proprio tanto alla guerra.
Io ci tengo a sedermi per terra su quel prato, chiudere gli occhi e ascoltare cosa il passato.
Vorrei riaprire gli occhi e trovarmi davanti una distesa verde capace di trasmettermi le sensazioni di giorni in cui onore e gloria erano tutto per quegli uomini disposti a lottare per difendere chi il Nord, chi il Sud.
Chissà se andrò a Gettysburg prima o poi.
Anni fa non ci sono andata perché il famoso vulcano islandese si è messo tra me e i miei giorni americani. A New York ci sono arrivata ma non mi era rimasto abbastanza tempo per andare a Gettysburg.
Poco male, la storia non si sposta.

venerdì 29 marzo 2013

Una sera a Fulton Street

Cosa fare a Fulton Street

C'è stato un periodo in cui non mi perdevo nessuna delle righe che Gabriele Romagnoli pubblicava su Vanity Fair. La sua rubrica si intitolava proprio Fulton Street ed io adoravo perdermi tra i suoi racconti così belli.
Parlava spesso della gente che girava, viveva, passava, abitava attorno a questa via di Lower Manhattan.
Succede così che un giorno mi ritrovo proprio a Manhattan perché la mia migliore amica ha deciso di sposarsi. Avevo passato una giornata davvero pazzesca.
Sveglia non troppo tardi, il fuso orario che ancora mi batteva in testa.
Una colazione di quelle memorabili nell'Upper Westside, con il mio amico di Washington che ordinava ogni genere di piatto di uova presente sul menù.
Io avevo tantissima voglia di girare la città.
Quel giorno sarei andata a zonzo sulla Sesta Avenue per cercare qualche negozietto speciale, dove comprare cose bellissime a poco e poi sarei andata da Macy's.
Avrei girato come una trottola alla scoperta della zona di Hell's Kitchen perché, dopo aver visto The Sleepers, quel luogo mi solleticava molto.
Non so quanto ho camminato quel giorno, con lo zaino pieno di tutti gli acquisti fatti sulla Sesta Strada.
La Quinta è per i sogni, la Sesta è per la realtà.
Le mie gambe trovarono pace solo quando presi il ferry per Staten Island.
Andata e ritorno nel giro di poco: volevo ammirare Manhattan dall'acqua.
Non appena rimisi piede in quel di Lower Manhattan, spinsi un po' sui miei amici per andare a vedere Ground Zero.
In quel momento in me scese il silenzio perché mi ricordavo bene le torri dalla mia prima visita a New York. Vedere quel cantieri fu un po' uno shock e subito sentii di nuovo il bisogno di bighellonare per la città che mai è stanca, mai si ferma.
Restai nella zona del Financial District, ammirando vecchi edifici in mattoni rossi vicino a grattacieli futuristi arrivati da chissà che galassia.
Dopo una giornata così, vuoi arrenderti al buio che arriva?
Proprio no.
Dopo una giornata così, cose vuoi fare?
Se ti trovi a Lower Manhattan ti guardi attorno e cerchi Fulton Street.
Per me fu come una specie di calamita, una forza che mi attirava a se nell'ora del crepuscolo.
Il cielo si tingeva di blu ma io riuscivo ancora a vedere netto il verde del cartello col nome della strada.
Cominciai a camminare verso il Pier 17 per andare ad ammirare il Ponte dei Brooklyn.
Dopo i primi passi mi tornarono alla mente tutti i personaggi raccontati da Romagnoli e, dentro di me, pensai "Sai che bello se finissi in quei racconti anch'io?"
Ecco cosa fare di sera, a Lower Manhattan.
Vai a Fulton Street, cammini, ti siedi ... e sogni.
Cosa non lo so. Ma sogni.


giovedì 14 marzo 2013

Il Grande fiume

Viaggiare sul Mississippi
Picture of Kujaja Jaja @500px.com
Ho sempre amato i luoghi pieni di leggende e anche certe istituzioni che sono vere e proprie milestones per molti viaggiatori.
Quando ero più piccolina ho passato un periodo in cui mi affascinavano da matti i grandi fiumi.
Lo ammetto, è stata un po' colpa di Sissi e della mia mamma che mi faceva spesso vedere i film sulla vita (non vera ma romanzata) dell'imperatrice Austriaca.
Guardavo i film e pensavo a lei che arrivava a Vienna attraverso il Danubio.
Poi, durante un viaggio in camper per mezza Europa con i miei genitori, scoprii l'esistenza del Reno e la mia vita non fu più la stessa.
Non so quanto lessi su quel fiume e quando ebbi la possibilità di fare una ricerca, la feci subito.
Oddio che cosa antica la ricerca da portare a scuola...
Quando andai a vivere in Svizzera, mi recavo spesso nel luogo dove nasce uno dei rami principali di questo fiume. Guardavo l'acqua e sognavo per un momento (ma facciamo anche due) di percorrere tutto il suo corso.
C'è un fiume che mi è apparso quasi come fosse una visione onirica.
Sto parlando del Mississippi.
Ecco, il nome di questo fiume si scrive con tutte le lettere consonanti doppie.
Strano no? Chissà quante volte l'ho sbagliato!
Il suo nome deriva da una lingua nativa americana e significa Padre delle Acque.
Quando andai per la prima volta negli Stati Uniti, sapevo che avrei incontrato il fiume prima o poi sulla mia strada.
L'intenzione (e quello che poi si fece) fu di percorrere la via dei grandi laghi e poi andare verso il Colorado. 
Incontrai il Grande Fiume quando arrivammo al confine tra Illinois e Iowa ed era un'ora assurda del mattino.
La luce era fioca e molto ovattata, sembrava un mondo tutto blu.
C'era un ponte di ferro da passare ed io avevo gli occhi ben fissi sul finestrino.
Quando ero piccola guardavo sempre il cartone animato di Huckleberry Finn e mi immaginavo quel fiume come un insieme di zattere e barche con le grandi ruote.
Quella mattina era difficile distinguere il fiume ma, per fortuna, il nostro pullman si fermò proprio all'altezza del ponte per una sorta di pit stop dell'autista.
Io ne approfittai e scesi un attimo.
Era agosto e mi arrivò addosso una sorta di valanga di umidità.
Potevo tagliarla col coltello, potevo sentirla perfettamente addosso in ogni centimetro.
Arrivai fino al ponte che, a quell'ora, era quasi deserto.
Solo lì, tra la nebbia percepii che sotto di me c'era il Mississippi.
Risalii a malincuore sul bus e, durante il passaggio sul ponte, non staccai mai gli occhi da quella massa d'acqua che a me sembrava un mondo più grande di me.
Non so dirvi esattamente quanto fosse largo il fiume in quel punto ma, lo ricordo ancora benissimo, era un qualcosa di totalmente vasto.
Una cosa così grande io non l'avevo mai vista.
Se chiudo gli occhi sento ancora quel momento dentro di me.
Avevo voglia di raccontarvi questa emozione perché amo ancora da matti i fiumi e il loro scorrere.
E' come se portassero con sé tutta la vita delle persone che li guardano e li amano. Come me.


martedì 15 gennaio 2013

Manhattan from the ferry

New York dal traghetto
© 2013 Giovy
Era un bel giorno di Aprile di quelli in cui giri con la felpa e ogni tanto ti viene voglia di toglierla e stare in maniche corte.
E' uno di quei giorni, che succedono in tutti i viaggi, in cui cammini un sacco e sembra che il tempo sia dalla tua parte perché scorre lentamente e ti prende per mano.
In uno di quei giorni ti ritrovi a camminare per Lower Manhattan per la terza volta.
Non la terza in quel viaggio ma la tua terza volta su quella minuscola isola capace di generare grandi sogni.
Un appuntamento a Battery Park con alcuni amici e un pranzo al volo con un sandwich al roastbeef buonissimo.
Quattro chiacchiere e poi si prende il ferry verso Staten Island.
E una di quelle cose alle quali non riesco a rinunciare.

© 2013 Giovy
Il Terminal è ora un luogo magnifico.
Annissimi fa, la prima volta che lo vidi, mi guardavo intorno in attesa che uno dei guerrieri della notte saltasse fuori e combinasse chissà cosa.
Mi attirano quei luoghi in cui la gente attende qualcosa per spostarsi.
I terminal dei traghetti sono quelli che mi incuriosiscono di più perché sono quelli che ho frequentato meno.
Il famoso traghetto arancio è un classico di New York, da non perdere perché l'unico modo per avere Manhattan in pugno è quello di osservarla dall'acqua.
Certo, la vista dall'Empire State o dal Rockfeller Building (io preferisco quest'ultima) è davvero un qualcosa che va catturato ma vedere Manhattan dall'acqua ti fa vedere l'isola per quello che davvero è: un impero futurista e futuribile racchiuso in un territorio che se fosse più grande non sarebbe così bello.
Lo ammetto e ve lo racconto: approfittando del fatto che il ferry fosse gratis, la sottoscritta ha fatto anche più di un giro durante il suo secondo giro in quel della grande Mela.
Non ho saputo resistere al vento generato dalla navigazione e non ho saputo fermarmi nell'immaginare le mille storie dei pendolari che popolano quelle barche arancioni, capace di dare una nota di colore acceso alla Baia, anche quando c'è la nebbia.
A New York è tutto molto caro a volte, ma questa cosa è gratis perché la bellezza e lo stupore lo sono.
Quelli sono patrimonio universale dei viaggiatori e di tutta l'umanità.
E questo la Grande Mela lo sa bene.

© 2013 Giovy

giovedì 10 gennaio 2013

Seattle e il suo cielo

Viaggio a Seattle
Picture by Mark Epstein @500px.com
Piove sempre o quasi ed è umida.
Sicuramente non fa mai caldo e sembra una città di altri mondi.
E' di altri mondi il fatto che sia davvero una città verde, piena di parchi e di alberi.
Probabilmente sarebbe la mia città statunitense ideale: Seattle.
Dimenticate Grey's Anatomy, che come ben sapere è ambientata qui.
La mia idea di Seattle risale ad un bellissimo film  che ha accompagnato la mia adolescenza.
La storia può essere un po' scontata ma ciò che il film realmente vuole raccontare è una città che, in quegli anni, era davvero in totale ebollizione.
Il film si chiama "Singles: love is a game" (il trailer è qui) ed io me lo guarderei tutti i giorni.
Nota d'onore al film è la sua colonna sonora che annovera tutta, o quasi, la sfera Grunge di quegli anni.
E i miei mitici anfibi Doctor Martens ringraziano.
Io sono proprio figlia di quegli anni. 
Nata (io) nel 1978, gli anni del Grunge hanno preso a braccetto la mia adolescenza e l'hanno portata verso il futuro. Sognando Seattle.
L'idea di quella città è dentro di me da una vita: seminata e alimentata da Twin Peaks, infoltita dal film che vi dicevo e perfezionata alla grande quando, in epoca più recente, è arrivato un bel telefilm che l'ha sublimata in tutto e per tutto: Reaper. Lo conoscete?
Spero proprio di sì perché è ironico ed irriverente e certe sere, quando si torna a casa dal lavoro e si è stanchi, aiuta a prendere la vita un po' più alla leggera.
Seattle per me è come una poesia letta con la voce profonda di Eddie Vedder e raccontata dal suono splendido dei Pearl e dai Sungarden.
Seattle è per me la città di Black Hole Sun ascoltata ad alto volume mentre si ammira tutto dall'alto dello Space Needle.
Seattle è per me una meta che vorrei raggiungere, per viverla alla grande e poi fuggire alla scoperta di Snoqualmie, in memoria di Twin Peaks.
Seattle è una mangiata di pesce sublime in quel del Crab Pot, per portarsi dentro tutto il gusto dell'oceano e sentirsene parte.
Seattle è cantare No Rain dei Blind Melon proprio tra un temporale e l'altro.
Seattle è la tomba di Jimi Hendrix, dove andare per rendere omaggio ad un grande e dove sedersi per terra a pensare.
Seattle è la tomba di Bruce Lee ... e scusate se è poco.
Se mi dessero un budget buono e mi dicessero "scegli un volo per gli Stati Uniti" la mia scelta, ora come ora, sarebbe proprio questa splendida città dell'estremo Nord Ovest degli USA.
Una volta arrivata so che Seattle sarebbe solo la partenza.
La mia bussola punterebbe a Nord e direbbe Canada, British Columbia.
Per il viaggio, ovviamente, Unthought Known dei Pearl Jam per sentirsi immensamente vivi e ancora quegli splendidi sedicenni degli anni '90.

domenica 30 dicembre 2012

New York, New York ...

Visitare il Moma
Picture from ScopriNY.it
Una città che popola i sogni di grandi e piccini: nell’immaginario di tutti, New York è “il viaggio” da fare almeno una volta nella vita, e la città da sognare tutto il resto del tempo.
Mille nomi, mille aggettivi, mille immagini, non bastano nemmeno per iniziare a descriverla.
È “troppa” New York, è “troppo” quello che c’è da vedere, da sentire, da ricordare.
Ma noi ci vogliamo provare lo stesso. Mettiamo come sottofondo “New York New York” della mitica Liza Minelli e facciamoci dare il benvenuto dal simbolo dei simboli, la Statua della Libertà, 93 metri che svettano all’entrata del porto sul fiume Hudson.
Poi addentriamoci per giungere a Manhattan, uno dei cinque distretti newyorkesi (gli altri sono Bronx, Queens, Brooklyn e Staten Island), senza dubbio il più famoso: qui infatti sono concentrati i luoghi più importanti della metropoli. Architettura, teatro, arte, storia, cultura, politica, economia e sport, è tutto qui: dall’Empire State Building ai teatri di Broadway, dal Chrysler Building al Palazzo di Vetro dell’ONU, dal Metropolitan Opera House – il più grande teatro d’opera del mondo,noto anche come Met – al cuore pulsante dell’economia mondiale, Wall
Street, dal Madison Square Garden al più prestigioso museo d’arte moderna del mondo, il MoMa. 
E ancora, a Manhattan troviamo Times Square, Central Park, il ponte di Brooklyn e tutti i quartieri più famosi della città – Soho, Chinatown, Little Italy.
Questo e molto altro offre New York ai 50 milioni di visitatori che arrivano ogni anno da ogni altra parte del mondo: un viaggio nella storia della musica, del teatro, dei nostri antenati in cerca di fortuna; un
viaggio nell’architettura moderna, nell’arte che sa rinnovarsi tanto che, a marzo 2013, verrà inaugurata persino una mostra di videogiochi da non perdere al MoMa.
Ogni cosa, a New York, potrebbe essere descritta come grande, super, “oltremisura”: dal grattacielo al parco, dal teatro fino al negozio infinito di Converse.
Insomma è tutto da vedere e tutto da vivere, perché della “Grande Mela” non si può perdere nulla. Zaino in spalla, caffè di Starbucks in una mano, macchina fotografica nell’altra, e siamo pronti.

Chiudiamo gli occhi e sogniamo…oppure partiamo!

venerdì 13 aprile 2012

Long Island from the sky

Viaggio a Long Island

C'è questo posto... Long Island ... di cui spesso ho sentito parlare.
Stava quasi succedendo, anni fa, che ci dovessi andare per lavoro ma poi non fu così.
Ne avevo sentito parlare molto, quello è vero, ma infondo non mi ero mai spinta a cercarla per bene sulla cartina. Sapevo che era parte dello stato di New York, sapevo che su Long Island si trovano molti di quei quartieri residenziali in stile Westeria Lane.
Sapevo anche che la parte estrema a Nord Est dell'isola era molto conosciuta perché patria vacanziera di gente che qualche soldino in banca ce l'ha.
Quella parte di Long Island è meglio conosciuta come The Hamptons e lì ci sono tante di quelle ville e tante di quelle case da sogno da poterle immaginare solo nella mia mente.
Un bel giorno di tanto penso fa pensavo che mi sarebbe piaciuto tornare negli States e visitare dei luoghi un po' insoliti per i tipici itinerari di viaggio legati agli Stati Uniti.
Pensavo a Nashville, perché mi piacerebbe vedere la patria di una musica molto lontana dal mio modo di sentire ma che in qualche modo riesce a parlare al mio cuore.
Pensavo alla natura selvaggia del Montana.
Pensavo all'estremo nord, dove solo il vento e le aragoste sono di casa.
Ed è proprio in quel momento lì che mi venne in mente che un giorno forse avrei portato nel mio cuore i paesaggi di Long Island.
Strano a dirsi... e probabilmente se qualche americano mi avesse sentita avrebbe sorriso nel conoscere i miei intenti. Chi lo sa...
Due anni fa, in questo periodo, mi stavo proprio preparando per raggiungere il Nuovo Mondo.
Mi preparavo tra uno sproloquio, una qualche parola brutta, tanta speranza e chissà quante preghiere perché il famosissimo vulcano islandese s'era messo d'impegno per tentare di bloccare la mia indole da viaggiatrice.
E' stata dura ... ma sono riuscita a partire e a raggiungere la Grande Mela.
Ci rimasi poco e in testa avevo troppe cose da fare; fossi riuscita a partire il giorno giusto, sarei stata capace di prendere un pullman per farmi un paio di giorni alla scoperta di Washington per andare a trovare un carissimo amico che è come un fratello.
Ma se la Giovy non riesce andare a Washington è Washington che va dalla Giovy e così ci si vide in quel di NY. 
Questo genere di ragionamento va bene quando si parla di amici ma quando si parla di luoghi, l'unico che riuscì a spostare una montagna fu Maometto. Almeno stando al famoso detto popolare.
Mi restò un po' sul groppone il fatto che avrei potuto raggiungere qualche altro luogo... partendo dalla Grande Mela. 
Mi restò un po' sul groppone che a Long Island sì ci misi piede... ma per raggiungere l'aeroporto JFK che, guarda caso, si trova proprio sull'isola più grande degli Stati Uniti d'America.
A colmare i miei potevo, dovevo, volevo (e a chi trova la citazione cucinerò una cena) ci pensò poi quel gran pezzo di Boeing 747 marchiato Delta Airlines.
A dire la verità anche il fato ci mise qualcosa di suo e favorì la mia assegnazione dei posti sull'aereo portandomi vicina al finestrino e dal lato giusto del velivolo.
Non so se capita anche a voi... ma se c'è qualcosa di interessante da vedere dall'alto, io sono puntualmente dall'altro lato dell'aereo. E se sono dalla parte giusta, viaggio di notte e non vedo niente.
Quel giorno di due anni fa non fu così.
Ero al posto giusto, all'ora giusta del giorno, con le giuste condizioni meteo e con tutto al suo posto. Incredibile a pensarsi, dirsi e anche a scriversi.
L'aereo si alzò con tutta la sua potenza... vedevo New York allontanarsi da me ed io da lei e da tutto quello che era stata in quei giorni.
Poi ci fu una virata e poi apparve sotto di me in tutta la sua pienezza.
Stavo volando proprio sopra Long Island, proprio sopra l'isola che per molti vuol dire un comune luogo  di residenza e case tutte uguali ma che per me resta un posto da vedere e dove poter, per il momento, fantaviaggiare.
Era proprio bella vista dall'alto.
Era bella e verde e le spiagge degli Hamptons si delineavano chiaramente lì sotto, dove i miei occhi guardavano.
E' stato come quando il padre di Rossella O'Hara disse a sua figlia "un giorno tutto questo sarà tuo".
In quel momento la mia me stessa più viaggiatrice diceva alla mia me stessa più stupita delle bellezze del mondo dall'alto che un giorno, tutto quello, sarà toccato dai miei sandali, dai miei piedi, dal mio zaino. Piccola schizofrenia da viaggiatrice incallita.
Piccola grande bellezza dell'eterno fantasticare e fantaviaggiare.

giovedì 16 febbraio 2012

Ti voglio bene Denver

Viaggio a Denver Colorado

La mia mente, quando vuole, va avanti per sillogismi.
1600 metri = montagna ; montagna= tornanti; montagna = casette di legno e così via.
Questi erano i ragionamenti che mi governavano quando me ne andai negli USA la prima volta e, durante quel viaggione, raggiunsi anche Denver, Colorado.
Tutti mi dicevano che si trattava della mile high city ... un miglio è circa 1600m sicché doveva essere proprio una bella cittadina di montagna.
Tutti però mi dicevano che era davvero grande ed io non riuscivo a mettere assieme il concetto di città grande con il concetto di 1600m.
A quel tempo Google Maps o Google Images mica c'erano ed io non potevo googolare e aver davanti agli occhi quello che avrei visto una volta arrivata.
E per me fu davvero una sorpresa. O meglio una serie di soprese.
Presi il pulmann per Denver da Omaha, dove tutto era vasto e piatto e umidissimo.
Mi aspettavo di viaggiare sul pianeggiante per un po' su quelle 538 miglia che dentro di me erano una vastità.
Immaginavo poi che quel greyhound sul quale ho passato molte ore si inerpicasse su per qualche tornante fino ad arrivare ad un bellissimo altipiano dove avrei trovato Denver.
Attraversare il Nebraska è stato come essersi messi davanti ad uno di quei film americani in cui si vedono distese di granoturco e grano immense. Quei film in cui si vedono le fattorie con di fianco l'indicatore del vento e poi i silos pieni di chissà che cosa.
Vedevo sfrecciare di fianco a me camion dalle dimensioni considerevoli e pick-up guidati da uomini coi baffi e il berretto da baseball.
Quello che mi ha stupido degli USA... di quegli USA che avevano tutti i sapori tranne quello della grande città... è stato il fatto che realmente apparissero davanti ad i miei occhi esattamente come li avevo colti dai film e telefilm che, al tempo (ma forse anche ora), guardavo in grande quantità.
Sicché adesso mi chiedo se succederebbe la stessa cosa con l'Italia.
Secondo voi, uno che guarda una fiction come Carabinieri o simili ... che cosa si aspetta dall'Italia? E soprattutto, che delusione prova al suo arrivo?
Sarà che al tempo avevo 15 anni e probabilmente avevo meno senso critico di adesso ma ci sono realta che a livello finzionale vengono rappresentate esattamente come sono.
Con i loro pro e i loro contro.
Tornando a Denver, il mio viaggio mi porto nella mile high city verso sera, mentre il tramonto colorava le Rocky Mountanis.
Non avevo fatto né un tornante né una curva. Tutto dritto da Omaha a Denver. Manco fossi dentro un romanzo della beat generation.
La delusione ci fu... ve lo dico ... io volevo le casette di legno e volevo i tetti spioventi al posto di modernissimi grattacieli e avenue larghissime.
Denver però mi piacque un bel po' ... per il suo sentore già di West e di cowboy che si poteva notare dai moltissimi negozio di abbigliamento e musica country che costellavano il centro città.
Mi piaceva cogliere della diversità nella gente che vedevo attorno a me. Non so come spiegarmi ... era gente di città ma totalmente diversa rispetto a quella che vidi a Chicago o a New York.
Denver aveva una propria identità che saltava fuori benissimo anche dal clima di quei giorni che sì... quello sì che sapeva di montagna.
Tutta la novità di quel viaggio negli Stati Uniti mi aveva straniato dal fatto che io adoro vedermi attorno le montagne. Quel pensiero mi tornò proprio in Colorado e mi sembrava di vedere tutto con occhi nuovi.
Quello che so di Denver e che vi posso dire con certezza è che spesso viene anche definita four seasons city perché in un giorno ne possono capitare di ogni.
Io in quei giorni vidi solo un cielo azzurrissimo e un sole splendido e puro.
Pulito e lineare come nel vecchio continente avevo sempre visto.
Probabilmente nella sua quotidianità Denver è una città come molte ma io le ho messo qualche stellina accanto sulla mia lavagna dei ricordi.
Perché vedevo gli alberi (al di fuori dei parchi), perché vedevo i monti ... dei monti nuovi che vorrei tanto esplorare un giorno.

martedì 17 gennaio 2012

NY: Quando il cielo non si vede

Upper Westside New York
(Foto © 2012 Giovy)

Una settimana fa ho distrattamente osservato una puntata di C.S.I.NY .
Non è giusto dire che l'ho guardata perché infondo lasciavo scorrere le immagini davanti ai miei occhi e permettevo ai dialoghi di cogliere appena il mio padiglione auricolare. Mi stavo rilassando.
E quando mi rilasso sono solo apparentemente tranquilla. Il cervello macina.
Ed è bastata l'immagine di una ragazza seduta alla sua finestra di dirimpetto al luogo dove si stavano svolgendo le indagini. E' bastato quello a farmi venire in mente, come uno strano déjà-vous, una cosa che pensai durante i miei ultimi giorni nella Grande Mela.
Il pensiero è il seguente.
In quei giorni dormivo in un appartamento dell'Upper West Side, più precisamente al 710 di Amsterdam Avenue, che è uno stradone largo e grande e dà ampio respiro alla zona.
La casa era un tipico co-op e noi eravamo al terzo piano.
Dalla finestra del salotto (io dormivo sul divano letto) avevo la stessa identica tipologia di visuale di Gary Sinise durante quella puntata di CSI.
Avrei potuto sedermi lì alla finestra e chiacchierare in tutta tranquillità con chi abitava al 712 di Amsterdam Avenue.
Vedevo un muro, una finestra, un altro salotto.
Ma non vedevo il cielo.
Il primo giorno ci misi un po' a capire che cosa c'era che non andava in quella stanza.
Ricordo che mi svegliai e, come faccio sempre d'istinto, guardai fuori per capire che cosa mettermi.
Infondo era primavera e le giornate, si sa, sono bastarde.
Andavo alla finestra e con tutta me stessa cercavo un angolo di cielo. Invano lo cercavo.
Non lo vedevo.
Per riuscire a farlo avrei dovuto stendermi sul davanzale a pancia in su per superare il limite quasi invalicabile della vicinanza tra gli edifici.
Probabilmente era quella casa ad essere fatta male.
Il lato del nostro piano non si affacciava su nessun cielo visibile.
Ok, la luce c'era, le finestre si aprivano ... ma come potevo fare io senza quella strana entità celeste che ci sovrasta?
Io c'ho bisogno del cielo: per capire dove sono, per vestirmi, per pensare alla mia giornata.
Goethe, durante i suoi viaggi in Italia, di cieli ne ha visti molti.
Scrisse un aforisma che mi è rimasto impresso: "non è necessario girare il mondo per capire che il cielo è azzurro ovunque."
Non vorrei surclassare il vate tedesco (che pur adoro molto) ma il cielo non è mai dello stesso azzurro.
E per me vale davvero la pena di girare il mondo anche per cogliere una piccola, leggera sfumatura diversa.
Ma se il cielo non si vede, che si fa?
La prima volta che andai a NY avevo 15 anni e mi sembrava tutto grande.
L'ultima volta ne avevo 32 ed era davvero ancora tutto così grande.
Ed il cielo mi è sembrato sempre tanto distante.

Definitivamente non sono una city-girl.
A meno che non abbia a disposizione un bellissimo piano alto in prossimità di Gramercy Park.

mercoledì 4 gennaio 2012

Snoqualmie: una cascata, picchi gemelli, nani e giganti

Locations di Twin peaks

Tornando a casa dopo la cena di capodanno mi sono messa sul divano per staccare due minuti dalla serata prima di andare a nanna.
Erano circa le tre e qualcosa e facevo zapping sulla tele senza porre attenzione a quello che i miei occhi captavano. Poi sono arrivata su Rai Movie e tutto in me si destò: stavano trasmettendo Fire walk with me, di David Lynch.
Per chi non ne avesse mai sentito parlare trattasi del film che racconta l'antefatto dell'omicidio di Laura Palmer, il cadavere avvolto nella plastica più famoso degli anni '90. E quel corpo avrebbe poi dato vita ad una delle mie serie TV preferite: I Segreti di Twin Peaks.
Starei qui ore a parlarvi delle mie analisi e paturnie varie su quella serie e su quel film ma invece vi parlerò del posto in cui è stato ambientato e girato.
Signore e Signori, oggi la Giovy Airlines vi porterà dentro ad uno dei miei primi fantaviaggi.
Si parte alla volta di Twin Peaks, che nel mondo reale si chiama Snoqualmie.
Tale paesello montano si trova nello stato di Washington che non ha niente a che vedere con la capitale USA ma che, guardando la cartina, si trova in alto a sinistra proprio vicino alla British Columbia, ovvero una parte di Canada.
Snoqualmie è probabilmente uno di quei luoghi in cui se ci nasci vuoi andartene al più presto a meno che la tua vita non si leghi indissolubilmente all'industria del legname che, in quel posto, la fa da padrona.
E la faceva anche in Twin Peaks.
Ai tempi in cui la serie era al top lessi su di un giornale un reportage sulla cittatina di Solqualmie e ricordo benissimo che il giornalista disse che tra Sloqualmie e Twin Peaks l'unica differenza era nei nomi del diner o della roadhouse. Per il resto Lynch ritrasse fedelmente quello spaccato di America che proprio non eravamo abituati a vedere.
La gente è solita abituarsi a quell'America da copertina, tutta glamour, ville e macchinoni. L'America dei college e della "famiglia media" sempre felice e soddisfatta. Per contro, si è abiutati ugualmente all'America della malavita, quella dei sobborghi pericolosi.
Ma la via di mezzo? Twin Peaks racconta infatti una tranquilla cittadina di confine e racconta il modo in cui le certezze di quel tipo di società vengono stravolte, facendoci capire che il marcio è ovunque.
Sicché tutto questo mi appassionò al punto di farmi fantasticare sul fatto di andarci.
Già mi vedevo bere un caffé e mangiare della cherry pie al Double R Diner (che nella realtà si chiama Twede's Café) oppure fare acquisti nel department store della famiglia Horne.
Se anche voi vi perdete in questo fantasticare, sappiate che ho trovato una mirabolante cartina che vi permetterà di fare un gran tour in quel dell'immaginaria Twin Peaks.
E se questi ricordi non vi bastassero, non vi resterà altro che vivere la vera realtà di quella cittadina.
Una visita alla cascate (copiosissime in zona) potrebbe essere un bel modo per trascorrere le vostre ore e per non pensare sempre al fatto che probabilmente il cattivissimo Bob si aggira ancora in quei luoghi e potrebbe prendere possesso della vostra anima.
Sarò matta ma io le cascate me le godrei proprio quando la sera scende, immancabilmente con Falling sul mio lettore mp3. Durante quei giorni nei primi anni '90 non finivo mai di ascoltarla.
Non riesco davvero a straniare la vera Snoqualmie dalla fictional Twin Peaks e se avessi la fortuna di vincere qualche soldino al super enalotto (anche un premio minore, mi accontento di poco) prenderei su Gian per raggiungere un bel volo per il Canada.
Alla fine del nostro peregrinare sconfinerei davvero da Vancouver verso lo Stato di Washington.
E con tutta me stessa andrei a girare per quella provincia americana che mi è entrata nella mente.
Andrei a cercare la Loggia Bianca e la Loggia Nera, il Nano, il Gigante, Laura Palmer e quella cascata che, nel mezzo della sigla, mi stregava davvero.
Poi mi siederei lì e mi chiederei, per l'ennesima volta, chi ha ucciso Laura Palmer.

Info Utili:
Snoqualmie sembra davvero un luogo sperduto.
Per raggiungerlo è necessario arrivare a Seattle (che non è poco). Se viaggiate d'inverno basterà prendere un autobus verso la cittadina di confine. Snoqualmie è un luogo dove la gente va anche a sciare sicché, durante l'inverno, i collegamenti sono presenti ma dipendo spesso dalle condizioni della strada.
Per l'estate non ho trovato niente e quindi bisognerà affidarsi al buon vecchio noleggio auto. Tanto negli States le strade sono larghe...
Per dormire, restiamo in tema Twin Peaks e concediamoci quello che era il Great Northen Hotel. In realtà si tratta del Salish Lodge, non proprio economico ma sicuramente d'effetto. Sono presenti altri hotel di due ben note catene (questa e questa) a prezzi molto più normali.

Se qualcuno di voi ci va e non me lo dice ... mi arrabbio!!

venerdì 18 novembre 2011

Niagara: tutta colpa di una cartolina

Picture from Google Images

In principio fu una cartolina che mia nonna Cecila teneva appesa vicino al calendario in cucina.
Era di una sua nipote che era emigrata in Canada, sfruttando il  viaggio di nozze per attraversare l'oceano in nave. La xera ndà fora ... come si diceva comunemente in veneto ed era andata a vivere a Montréal.
Non aveva esistato però a mandare una cartolina delle Cascate del Niagara a mia nonna.
Io la guardavo sempre, contemplavo quell'immensità d'acqua cadere nel vuoto e mi chiedevo come fossero quelle cascate in realtà.
In secondo luogo, poi, fu Superman ... e la mitica scena in cui salva il bimbo che stava  per cadere dal parapetto davanti alle cascate (come se chiunque potesse giocare al di là del parapetto).
Poi arrivò il mio primo viaggio negli States.
Scrivo in ordine sparso... ieri vi dissi che arrivai a Chicago da Buffalo. E a Buffalo c'ero passata per sconfinare in Canada e andare a vedere le mitiche Cascate.
Due piccoli stupori mi colsero in quei giorni: il fatto che si dice Naiagara (e a pensarci bene avrei potuto arrivarci da sola) e che per vederle al meglio si deve sconfinare in Canada.
Mi gongolavo come non so cosa quando, in dogana, una giubba rossa mi mise il timbro con la foglia d'acero sul passaporto. Non mi sembrava vero perché il Canada mi era sempre sembrato distante all'ennesima potenza.
Il pullmann che prendemmo ci lasciò giù a circa un km dal belvedere delle cascate.
Appena scesi, malgrado il sole, venni investita da una bella quantità di acqua nebulizzata.
Guardai il cielo come per scorgere delle nuvole di passaggio ma notai solo l'intenso azzurro.
Quella nuvola d'acqua era una conseguenza piena della potenza delle cascate.
Tutto il cammino dal pullman alle cascate era bagnato ed io arrivai al belvedere coi capelli gocciolanti.
Indi per cui, se mai ci andrete, tenete conto di questa cosa e non pensate di fare una foto dal belvedere con la messa in piega perfetta.
Mentre camminavo avvolta nelle goccioline che il buon fiume Niagara mi regalava, mi resi conto che attorno a me c'era un bellissimo parco ma compresi anche che il cammino che stavo percorrendo mi stava portanto verso un luogo che sembrava un po' Gardaland, dove ogni genere di shop e attrazione era pronta a spillare qualche dollaro ai malcapitati turisti.
A me importava poco in quel momento ... io guardavo il fiume e guardavo anche le giubbe rosse perché mai avrei pensato che esistessero davvero.
Le osservavo come fossero entità speciali venute da altri mondi: alte e fiere nelle loro uniformi, quelle guardie canadesi mi sembravano il simbolo di un Nuovo Continente più umano e più tranquillo rispetto a quel poco che avevo visto in terra prettamente US.
Il Canada cominciava a starmi simpatico in quel momento e lo fu anche di più quando capii che lì i dollari sono diversi e, in quel momento, il cambio era più favorevole.
Camminavo e mi inzuppavo, mi inzuppavo e camminavo finché non arrivai al belvedere.
Le persone che erano con me corsero al famoso parapetto per osservare dal di fronte quell'enorme massa d'acqua fare quel salto di circa 50m. Già, perché non sono altissime, ma sono vaste e lì sta la loro pontenza.
A tutto ciò unite una portata d'acqua immensa e il gioco è fatto.
Io andai al parapetto e me ne avvicinai con un timore reverenziale tale da restare lì impalata un attimo.
Ripensai alla cartolina che la mia nonna aveva custodito e ripesai a Superman.
Poi mi spostai da lì perché venni quasi assalita da una paura che, ancora oggi, non riesco a definire.
Ripercorsi, per pochi metri, il cammino che mi aveva portata lì e mi fermai ad osservare l'incresparsi del fiume in prossimità del salto. Ne ero quasi ipnotizzata.
Mi spostai di nuovo, tornando lievemente verso la cascata, perché lo scorrere del fiume mi aveva calmata. Stavo meglio. Ero pur sempre una quindicenne che viaggiava con gente di pochi anni più di lei.
Ero pur sempre una quindicenne che affrontava la vastità e la potenza della natura.
In quel altalenare di sensazioni tra il bello e il terribile trovai il punto di osservazione che amai più di tutti.
Era il punto in cui l'acqua curvava e cadeva.
Fu di nuovo una lieve ipnosi. Con le mani strette strettissime sul parapetto, quasi per proteggermi, osservavo la quantità immensa d'acqua che curvava e cadeva.
Curvava e cadeva. Curvava e cadeva.
Non so quanto rimasi lì ... quello che so è che mi rese triste andare via da lì e da quella nuvola di acqua vaporizzata che avvolgeva ogni cosa intorno a sé.
Me ne andai per provare una nuova sensazione di terrore: salire in barca e andare quasi sotto la cascata.
Doccia assicurata, preparatevi ma fu davvero un'esperienza unica.
Rientra nella categoria massima espressione del turismo di massa ma, ve lo giuro, ne vale troppo la pena perché vivrete una sensazione che è un misto tra terrore estremo ed esaltazione.
In una parola: adrenalina.
La Maid of the Mist regala cose simile al modico prezzo di poco più di 13$.

La mia tristezza aumentò a dismisura quando fu ora di tornare a Buffalo.
Ancora oggi, se chiudo gli occhi, riesco a rivedere quell'ipnotica curvatura dell'acqua e risento il frastuono indescrivibile che accompagna ogni secondo della vita delle Niagara Falls.
Sul quel pullman verso Buffalo ho ripensato per un momento a chi, dall'Italia, emigrava e si trovava, forse per la prima volta, di fronte a qualcosa di così forte e di così immensamente potente.
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